Vicolo Cannery di John Steinbeck, la poesia degli emarginati

Il quarto romanzo di Steinbeck é spesso definito come una terapia nostalgica, un modo per l’autore di dimenticare gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Un modo per tornare ad una California soleggiata, con i suoi personaggi divertenti e contraddittori, il mare ricco di colore e di vita. Il Vicolo Cannery é un mondo diverso da quello di Furore, oscuro e povero. La realtà in questa strada di Monterey sa essere oscura, ma sa anche essere generosa e solidale.

In questo romanzo di Steinbeck, ogni angolo del piccolo vicolo ha una sua ragione di vivere. C’é il laboratorio strampalato di Doc, il Western Biological Laboratories, che racchiude animali, bottiglie di vino e un giradischi sacro, per il dottore che non é un vero dottore. Ma che aiuta gli abitanti del Vicolo Cannery come può, dagli animali domestici con problemi di digestione fino agli abitanti colpiti da febbre e tosse. Non é un medico, però su Doc si può sempre contare. Così come ci contava lo stesso Steinbeck, dato che il personaggio di questo uomo di mezza età, scapolo ma non per questo solo, era il miglior amico dello scrittore americano.

Attorno a Doc orbita una costellazione di figure indimenticabili che incarnano l’anima pulsante della via. Ci sono Mack e i suoi “ragazzi”, un gruppo di vagabondi disoccupati che vivono alla giornata in un magazzino abbandonato. Sono uomini ingegnosi, dotati di un codice d’onore tutto loro. C’è Lee Chong, il commerciante cinese astuto e infinitamente paziente, e Dora Flood, la vulcanica tenutaria del bordello locale che dimostra più senso civico e carità cristiana di tutte le autorità “rispettabili” della città.


La trama del libro, in realtà, si incentra su un pretesto: il tentativo goffo e caotico da parte di Mack e della sua banda di organizzare una grande festa a sorpresa per ringraziare Doc di tutto ciò che fa per la comunità del Vicolo Cannery. Questo espediente narrativo permette a Steinbeck di alternare momenti di pura commedia slapstick ad altri di profonda introspezione e malinconia.È proprio questa alternanza a rendere il romanzo così affascinante.

Come accade spesso nelle opere di Steinbeck, questa storia è un mix perfetto di momenti divertenti e buffi contrapposti a passaggi decisamente più seri e spiacevoli. Vicolo Cannery sa essere un luogo cupo, segnato dalla miseria e dalla precarietà della Grande Depressione, ma lo scrittore non scivola mai nel morboso o nel pietismo. Al contrario, guarda a questi reietti ed emarginati con un’immensa e contagiosa empatia.


“Vicolo Cannery” non è un romanzo di denuncia sociale né un’epopea drammatica. È piuttosto un acquario letterario in cui Steinbeck raccoglie campioni di umanità, proprio come faceva il vero Doc con le sue amate stelle marine. Una lettura agrodolce e luminosa che consiglio caldamente a chiunque voglia scoprire il lato più intimo, nostalgico e saggio di questo straordinario gigante della letteratura americana.

Consigliato a chi: ama le storie dove la polvere della strada e l’odore del mare fanno da sfondo a un’umanità imperfetta ma autentica. È il libro perfetto se cerchi un racconto che non conquista con colpi di scena frenetici, ma con la poesia delle piccole cose, l’ironia degli ultimi e la forza dei legami spontanei.


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