C’è stato un periodo della mia vita in cui finire un libro era una questione d’orgoglio. Se iniziavo un romanzo, dovevo arrivare all’ultima pagina, anche quando leggere diventava una fatica.
Oggi è diverso.
Oggi leggo per piacere. Esistono lettori che leggono per divertirsi, perché la lettura é anche un divertimento, nonostante la prof di italiano abbia provato a farmela odiare in seconda media. Leggiamo quello che ci pare, senza dover chiedere permesso o scusa. Noi siamo quelli che hanno il coraggio di abbandonare un libro.
Perché la comunità dei DNF (did not finish) esiste. Si muove in silenzio, nelle ombre. Sembra che, una volta iniziato un libro, si diventi obbligati a finirlo anche quando ci si annoia o quando, semplicemente, non é il momento giusto per quella storia.
Quando ho smesso di sentirmi in colpa
Ammeto che anch’io mi sono sforzata di arrivare fino all’ultima pagina di un libro, sputando sangue e sudore, spesso con sbadigli rumorosi a bui, come caverne senza via d’uscita. Sentivo che, in qualche modo, abbandonare il libro sarebbe stata una mia mancanza. Non era il libro che non mi piaceva, ero io che non lo capivo. Non era il libro a annoiarmi, ero io che non riuscivo a concentrarmi. Se era lì, sugli scaffali di una libreria, significava che quella storia era valida. Ero io a non esserlo.
Poi mi sono resa conto che non mi possono piacere tutti i libri e non importa se sono classici osannati dal mondo intero oppure titoli di narrativa contemporanea pieni di recensioni positivi sul retro della copertina, quelli con le fascette di colori fluo, con stelle, stelline e aggettivi pregiativi. Sapete di quali libri sto parlando.
Ufficialmente, é stato proprio uno di questi libri a segnare la svolta, per me. Penso di essere l’unica a non aver finito “Il giorno dell’ape” di Paul Murray, osannato da club del libro di provincia e dalla mia vicina di casa, un’ottantenne che rimpiange ancora i libri di Liala. Insomma, un titolo amati da tutti ma non da me, che l’ho chiuso e riportato in biblioteca. E no, non mi sono ancora nemmeno avvicinata a “Skippy Muore.”
Un’esperienza diversa (ma sempre un DNF alla fine) mi é successa con “La montagna incantata” di Thomas Mann. Eccoci a un famigerato classico della letteratura, quelli che non si possono criticare mai. Eppure, non sono riuscita a finire questo bel mattone tedesco, che ho abbandonato a 200 pagine dalla fine. Ma non potevo finirlo, a quel punto? No, perché stavo saltando pagine e pagine, per capire se sarebbe mai successo qualcosa, oltre ai dibattiti sulla filosofia, sull’etica e sulla vita (che a me, da lettrice, non interessano). Come i trattati di “Moby Dick” sulla scienza e sulla baleneria, che non fanno proprio per me.
Mi sono resa conto che ogni lettore é diverso e va bene così. I miei gusti non mi rendono migliore o peggiore degli altri. E viceversa. Mi rendono semplicemente Gaia, una lettrice imperfetta che legge mille generi senza mai dichiarare un preferito. Una che non ha paura di dire: ho il diritto di non finire un libro.
Il tempo che dedico alla lettura è troppo prezioso per passarlo aspettando che un libro inizi a piacermi.
Qual’é stato l’ultimo libro che hai abbandonato?
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