Torniamo a “Cronache di un’estate italiana”. Sono passati alcuni giorni dalla confessione del Giangi e dalla verità sulla morte di Giuseppe. Se non hai letto i capitoli precedenti, ti consiglio di iniziare da La messa della domenica.
IV. La sagra
Maria ha passato tutto il giorno a cucinare. Torta al cioccolato, crostata di more selvatiche, ciambelline di mele e plumcake alla banana: la sua cucina profuma ancora di cannella e di fumo, dopo che ha bruciato la pentola della marmellata di albicocche. Doveva dare un vasetto a Luisa per la sua crostata, ma l’amica avrebbe portato i suoi biscotti con le faccine fatte di palline di zucchero colorato.
Il banchetto dei dolci delle mamme e delle nonne era un pilastro della sagra del toro, la carne che girava nel suo spiedo per ore. E le fiamme sempre alimentate dal signor Zanin, che lavorava con una sigaretta in bocca. Tutto è pronto per la sagra di paese, nel grande terreno della parrocchia, dove i paesani hanno allestito un tendone bianco, tavoli e panche; dove hanno costruito un chiosco e un palco.
Durante la prima sera, mentre l’orchestra suona una mazurka, su quella pista scivola il Giangi, ubriaco dopo due bottiglie di Cabernet, sbucciandosi il gomito sinistro e tagliandosi il ginocchio destro. Dalla porta della parrocchia, Don Antonio lo guarda con disgusto, tenendosi la pancia gonfia che non riesce a digerire più nulla, pensando che la confessione di quell’uomo è stata l’ultima confessione della sua vita. Mentre Luisa corre verso il palco con la scatola di cerotti e disinfettante, Don Antonio si chiude la porta alle spalle, picchiettando le dita a ritmo della mazurka.
Il Giangi guarda il suo ginocchio girare in tondo, sempre più veloce, prima in senso orario, poi antiorario. La pelle scottata dal sole è ricoperta da marmellata di fragole che gli scende lungo la gamba, anche lei che ruota e ruota, instancabile. Luisa cerca di tenerlo fermo per poterlo medicare, ma il Giangi continua a muoversi lentamente, seguendo una melodia che sente solo lui. Finché, all’ultimo giro, vomita sulla pista da ballo, troppo vicino a un paio di décolleté nere che non riescono a schivare il getto.
“L’ho visto,” dice il Giangi in un sussurro e a Luisa sembrano le ultime parole di un moribondo, “aveva una tanica di benzina e piangeva,” continua il Giangi, “perdonami Padre, perché ho peccato,” dice prima di svenire.
Il secondo giorno della sagra è dedicato al torneo di briscola, con in palio una targhetta dorata, due salami e una forma di formaggio Montasio. Ogni anno, Domenico e il signor Zanin giocano in coppia, litigando da una parte all’altra del tavolo e facendo smorfie che solo loro capiscono. Quest’anno, partecipano anche Fabio e Andrea, il figlio del signor Zanin. Dal banco dei dolci, la signora Zanin guarda i suoi due uomini mescolare carte e contare punti su foglietti strappati.
Tale padre, tale figlio, pensa tagliando una fetta di torta alla carota. Le sarebbe piaciuto che Andrea continuasse a studiare ma sapeva già che, dopo il diploma, avrebbe seguito il padre nei campi, lavorando sotto il sole e la pioggia, durante le feste e la domenica. Voleva un piccolo principe da coccolare e si era ritrovata con un contadino in miniatura, che sapeva già guidare il trattore a nove anni. Pensando alla vita che non ha avuto, per poco la signora Zanin non si taglia un dito.
Al tavolo di gioco, padre e figlio si contendono il premio. Comanda denari e sono alla penultima mano, due partite vinte ciascuno. Andrea sa che in gioco c’è ancora l’asso di denari, mentre lui ha in mano il tre, perché non è riuscito a fare lo strozzo. Con le sue briscoline, Domenico l’ha fregato e Fabio ha avuto sempre in mano scartine insulse. Intorno al tavolo si è riunita una folla di spettatori, chi con in mano una vaschetta di patatine fritte, chi aprendo i biglietti della lotteria, sperando nel fatidico biglietto rosso.
Dalla finestra del salotto, Don Antonio vede il signor Zanin lanciare una carta sul tavolo, trionfante, schiacciandola con il palmo: l’asso di denari. Dalla finestra, Don Antonio sorride.
Il raduno dei trattori non sarebbe il raduno se non ci fosse il Giangi che corre a zigzag con il suo Ciao giallo. Ogni anno la benedizione di Don Antonio sancisce l’inizio della parata tra le strade del paese. Dal sagrato, il Don lancia gocce di acqua santa e una preghiera veloce per benedire il raccolto estivo. Solo che, quest’anno, Don Antonio è a letto, con il respiro che si fa sempre più corto. I giganti della strada passano sotto alla sua finestra in un concerto di clacson dedicato al loro prete, che lo sente a malapena nel torpore degli antidolorifici.
Dalla chiesa, i trattori e il Giangi vanno verso la campagna aperta, passando per strade sterrate, in mezzo a campi di mais e soia, svegliando le lepri assonnate e spaventando i fagiani selvatici, che corrono gridando nella polvere. Il Giangi guida la parata. È senza casco e la calda aria estiva gli secca la pelle rugosa. Ripensa alla sua confessione come se fosse un sogno. È stato assolto e perdonato, ma lui si sente ancora colpevole. Ha appena ricevuto un nuovo messaggio in segreteria da un’emittente televisiva perché il corpo carbonizzato ha finalmente un nome: Giuseppe. Lo conosceva? chiede la voce della giornalista. Il Giangi accelera, cercando di cancellare dagli occhi il viso di quel vecchio triste, con il suo accendino verde.
Mentre i trattori continuano la loro parata, Agata sta preparando la sua valigia per andare in casa di riposo. Non può abitare da sola, senza Giuseppe a prendersi cura di lei. Non può vivere, ora che è davvero sola al mondo. Quando passano davanti alla canaletta dove il gemello si è tolto la vita, Agata chiede all’infermiere di fermarsi sul ciglio della strada. Non sa cosa pensa di vedere, perché quello che vede é solo un campo come tanti, secco, e una canaletta come tante, chiusa. Nessun biglietto di addio, nessuna impronta, nessun fantasma.
“Andiamo,” dice all’infermiere, con la voce rotta dal pianto.
Con il paese svuotato, Don Antonio riesce a sentire le cicale cantare a squarciagola. Sente anche un lieve ticchettio, che si fa sempre più forte e vicino. È un giovane Giuseppe, muscoloso e allegro, che lavora con lo scalpello a una scultura. Don Antonio la riconosce: gli ricorda il viso di Agata. Per vederla davvero, sa che deve avvicinarsi. Giuseppe alza gli occhi e gli fa un cenno con la mano. Inizia a canticchiare una mazurka. Don Antonio si avvicina a passi lenti, con il cicalio estivo che si fa sempre più lontano. Ora riesce a sentire la canzone che sta canticchiando lo scultore.
È la Mazurka di periferia
Scaccia pensieri, tanta allegria.
Quella notte, Agata vede due fantasmi.
Ti piacciono i racconti che parlano di provincia, estate e famiglia? Non perderti le mie Cozy Stories dedicate al mondo che ci circonda.
Se ti piace l’atmosfera di Gaia Cozy Nook, continua a seguire il blog anche fuori da WordPress.
Lascia un commento