Il giorno dell’ape di Paul Murray, un altro caso letterario che ho dovuto mollare

Brillante, divertente, un capolavoro imperdibile. A leggere le recensioni di autori famosi e testate internazionali, viene subito da pensare che il romanzo “Il giorno dell’ape” di Paul Murray sia una lettura indispensabile per chiunque ami la narrativa contemporanea. Insomma, il classico libro-evento per cui, se non lo leggi, non sei abbastanza cool. Mi dispiace andare controcorrente, ma questa volta colossi come Bret Easton Ellis e Roberto Saviano si sbagliavano di grosso.

Cosa dicono gli altri (e la trappola dei premi)

Per capire la portata del fenomeno, basta guardare i lanci in copertina. Roberto Saviano ha dichiarato: “La scrittura di Murray è in grado di schiacciarti dentro la realtà fino a renderla comica… Il giorno dell’ape è una puntura che arriva all’improvviso”. Il Foglio ne ha lodato la capacità di far ridere e riflettere senza il peso delle domande ultimative, mentre Bret Easton Ellis l’ha definita “una saga tentacolare, una formidabile prova di narrativa realista” (e forse, dopo aver letto il suo Le Schegge, non avrei dovuto fidarmi).

Inserito tra i libri dell’anno da The New York Times, Guardian, New Yorker ed Economist, finalista al Man Booker Prize e vincitore dell’Irish Book Of the Year: insomma, sono caduta in pieno nella trappola e mi sono lasciata convincere a leggerlo.

Il successo “esagerato” delle famiglie disfunzionali

Chi sono io per dare un’opinione così critica sul libro che tutti celebrano? Nessuno, se non una persona che legge da tutta la vita. E in oltre trent’anni di letture ho imparato quanto il pubblico ami le saghe familiari: quelle lunghe, torbide, dense di tradimenti, divorzi e figli problematici. Non per niente romanzi contemporanei come Demon Copperhead o il celeberrimo Una vita come tante hanno avuto un successo che definirei… esagerato. Ammettiamolo: ci piace leggere di queste tragedie anche perché, al confronto, la nostra vita e la nostra famiglia sembrano uscite da uno spot del Mulino Bianco o da un film Disney.

Fino a un certo punto, la storia mi aveva anche incuriosita. Amo i libri cupi e tristi – basti pensare al mio amore viscerale per Cime Tempestose o per la saga di Lonesome Dove – e l’incipit di Murray prometteva bene: una famiglia che va lentamente in rovina e un’adolescente repressa trascinata ovunque come un cagnolino da un’amica bellissima.

La ruota del criceto: quando lo stile diventa un DNF

Poi, però, qualcosa si rompe. O meglio, smette di succedere qualsiasi cosa. Gli stessi identici concetti e le stesse paranoie si ripetono identici per decine di pagine, senza mai accennare a una risoluzione. Ci sono sprazzi interessanti, soprattutto quando la narrazione si divide nei capitoli dedicati ai singoli protagonisti. La parte di Dickie, il padre in rovina, è senza dubbio la più riuscita. Ma come si può giustificare il capitolo della madre, la bella e svampita Imelda? Un costante, infinito flusso di coscienza privo di punteggiatura che, di nuovo, non arriva mai a un dunque. Se è questo lo stile geniale di cui parla la critica, per me è un no categorico.

Non sono riuscita a finire Il giorno dell’ape perché Murray gira a vuoto. I personaggi sembrano intrappolati nella ruota di un criceto che continua a girare, girare e girare, anche quando sarebbe l’ora di far riposare la povera bestiolina. Cioè, il povero lettore.

Non sono riuscita a provare empatia per nessuno, tranne una vaga e temporanea simpatia per Dickie. “Quasi” è la parola chiave di questa lettura: per me questo romanzo è quasi riuscito e il suo successo è quasi meritato. Ma non del tutto.



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