Moby Dick di Herman Melville, quando il classico non basta

Lo dico subito: la mia parte preferita di questo romanzo é l’inizio. Quello che succede nel mezzo? Abbastanza noioso. La fine? Prevedibile, non solo perché ormai tutti sanno come finisce “Moby Dick.” Prevedibile anche perché non poteva finire in un altro modo. Non ho paura di dire questa storia non mi ha entusiasmato, nonostante il carattere burrascoso del capitano Achab, la goffaggine dell’inesperto Pip e il mistero di Fedallah, con il suo turbante e la sua pelle gialla come una tigre. Ora lo dico: per fortuna c’é il gigante Queequeg, coraggioso, intrigante e con delle teste umane che, si sa, la domenica non si possono vendere.


Il narratore di questo racconto é il marinaio Ismaele che, non é un segreto, sará anche l’unico sopravvissuto alla caccia folle e senza speranze della balena bianca. Ismaele che non ha molta personalitá, ma é più un espediente per raccontare la storia, non solo della baleniera Pequod, ma anche della caccia alle balene, della balena, della balenerie e chi più ne ha, più ne metta. Ed é qua, in questi trattati mezzo scientifici e mezzo storico, mezzo filosofici e mezzo economici, qua Melville mi ha perso. Ci sono capitoli e capitoli che descrivono in modo minuzioso come funziona questo mondo che non esiste più. La veritá é che a me non interessava. Se volevo leggere un trattato del genere, leggevo un saggio. Invece, io avrei voluto leggere un romanzo, una corsa disperata a Moby Dick, con uomini che si scontrano tra di loro e con la natura. Tutte quelle pagine mi hanno infastidito e le ho vissute come un’interruzione alla storia. Forse, se fossero state alla fine, le avrei trovate più utili e magari avrei anche provato a leggerle. Cosí, le ho solo saltate.

L’inizio di questo romanzo mi aveva ingannato. Mi ero subito innamorata di quest’amicizia improbabile tra Ismaele e il polinesiano reale Queequeg, con il suo idolo della divinitá Yojo, i capelli lunghi e l’arpione sempre a portata di mano. E poi c’é Ismaele, solo e povero di cuoi, anche alla fine del libro, si sa ben poco. Due personaggi che si incontrano alla Locanda dello Sfiatatoio, che si trovano a dividere un letto e poi una nave. Per me, la loro amicizia é la parte più bella del romanzo di Melville e sí, mi interessa ben poco della pazza del capitano Achab. Pazzo e delirante, certo, cupo e irragionevole, ma anche monotono e ripetitivo. É il personaggio di cui parlano tutti, ma lo trovo prevedibile. Molto meno prevedibile é l’arpioniere Queequeg che, secondo me, si merita di più.

Onestamente, non penso sia il classico problema di “leggere i classici” nel XXI secolo, ma penso che (per me) sia proprio un problema di storia. Ci sono romanzi classici che ho letto con piacere (come Notre-Dame o La Valle dell’Eden) e, purtroppo, “Moby Dick” non é uno di questi.


Per chi volesse provare un approccio al mattone di Melville, consiglio anche la versione in audiolibro, disponibile anche su Spotify. Potrebbe essere un buon modo per avvicinarsi a molti classici.


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8 pensieri riguardo “Moby Dick di Herman Melville, quando il classico non basta

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  1. Ricordo che io avevo apprezzato proprio questo carattere eclettico del testo, ma comprendo e riconosco gli appunti che gli muovi: anch’io ero rimasta perplessa; basterebbe che questa cosa fosse più evidenziata e chiara per evitare almeno delusioni inutili.

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  2. Condivido le tue perplessità Gaia infatti io dopo un centinaio di pagine l’ho abbandonato… Credo che sia uno dei 4 o 5 libri che non ho finito nella mia vita. Noioso, logorroico nelle descrizioni e nello svolgersi della trama, l’eclettismo non compensa questa parte anzi l’appesantisce.

    Buona giornata

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    1. Esatto! Onestamente sono riuscita a finirlo solo perché ho scelto l’audiolibro e mentre il caro capitano si faceva le stesse mille pare, io guardavo il paesaggio. 😅

      Buona giornata!

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  3. Ho letto Moby Dick diversi anni fa. Ci sono, è vero, delle parti noiose: ci sono anche in Guerra e pace, nei Promessi sposi. Molti romanzi ottocenteschi sono così: lunghi, corposi, e con parti intere che salteresti. Però il romanzo “bello” o “importante” non è necessariamente il romanzo “perfetto”, come molti editor moderni vorrebbero farci credere…

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