I Lázár di Nelio Biedermann, troppe emozioni o troppo poche?

La stampa fa presto a urlare al «fenomeno» e al «capolavoro». Io, forse scettica di natura, sono più titubante. Non sono una critica accanita della letteratura contemporanea, ma non sono nemmeno veloce a ingoiare la pillola del marketing che definisce tutto «imperdibile» e «straordinario». Sono rimasta scottata in passato e prendo tutte le recensioni con le dovute riserve, in particolare quelle con mille stelle, infiniti pollici all’insù e paroloni zuccherati.

Quindi ho iniziato a leggere I Lázár di Biedermann senza grandi aspettative, attirata dalla copertina (non mi vergogno di ammetterlo) e dall’incontro con il giovane autore svizzero durante il festival letterario Pordenone Legge. Nel suo intervento di quasi un’ora, lo scrittore ha parlato della sua famiglia, ispirazione per il libro, dei ricordi di generazioni passate e di uno splendore perso tra guerre e invasioni. Tra tutte le cose che ha raccontato, mi è rimasto impresso un dettaglio. La stampa tedesca ha rivolto a I Lázár una critica precisa: ci sono troppe emozioni.

A parte il fatto che la letteratura è emozioni (di che stiamo parlando, cari tedeschi?), a me, leggendo questo romanzo, sono mancate proprio le emozioni. Soprattutto nella prima parte, che promette molto. C’è la promessa di presenze soprannaturali in un bosco tetro, che prende la vita e la rigetta. E c’è la promessa di una famiglia piena di segreti. Ma quali segreti? Se ci sono, Biedermann non ce li svela mai. Anzi, spesso lascia le cose dette a metà oppure non dette.

Un pizzico di mistero ci sta sempre, in un bel libro, ma quanti fili possono rimanere sospesi prima che il lettore si stufi? Non serve dire tutto (mai dire tutto, direbbero i professori di scrittura e letteratura), però qualcosa bisogna dirlo. Penso in particolare alla sorte di due personaggi, che rimangono sospesi in poche pagine e vengono dimenticati tra la seconda guerra mondiale e l’avanzata dell’Unione Sovietica in Ungheria.

La parte storica, che coincide con la seconda parte del romanzo, penso sia stata la mia preferita. È il momento in cui la famiglia dei Lázár si rende conto che lo sfarzo in cui ha vissuto per anni (anche grazie all’impero austro-ungarico) sta per finire. Se, dalla loro villa ai confini con il bosco oscuro, la guerra sembra solo una storia da raccontare, lontana ed estranea, presto diventa reale e vicina. Qui si perde l’elemento misterioso e soprannaturale per entrare in quello storico, che lega la famiglia dei Lázár al destino dell’Ungheria, con personaggi che sono costretti a scappare, altri che diventano ribelli, altri ancora che sono collaborazionisti, per codardia e paura.

Non posso dire che questo libro non mi sia piaciuto; non posso nemmeno dire che sia un «fenomeno». Quello che mi sento di dire è che, per un romanzo d’esordio di un ventunenne, I Lázár è una lettura interessante e, dato che sono solo 300 pagine, penso valga la pena leggerlo. Fosse anche solo per farsi un’idea propria di questa storia che, tra i tanti difetti, non manca di pregi.

Non è il capolavoro annunciato dalla stampa, ma I Lázár ha una seconda metà solida, quando la guerra smette di essere una storia lontana e entra nella villa. Se ami le saghe familiari e non ti spaventa qualche filo lasciato in sospeso, vale le sue 300 pagine. Se cerchi un libro che ti travolga, probabilmente no.


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