I. La messa della domenica
L’aria condizionata é rotta da giorni. Il ventilatore sposta l’aria calda, muovendo la polvere sotto le panche. Le fiammelle delle candele e le pagine delle Bibbie aperte si muovono al ritmo lento delle sue pale, sotto lo sguardo di santi, demoni e angeli. Don Antonio suda sotto la lunga tunica e sente la stola sempre più pesante, come se fosse impregnata dell’umidità dell’aria. Sente la nausea risalire, arrivare fino alla gola, ma la manda giù chiudendo gli occhi.
In seconda fila, la Maria si sventola con il bollettino parrocchiale che in prima pagina ha l’immagine del centro estivo, con due bambini che si tirano gavettoni. Dietro di lei, il signor Domenico é impegnato in una battaglia contro una zanzara tigre che si infila tra i peli delle orecchie. Dal pulpito, Don Antonio vede Luisa, la moglie di Domenico, ammazzare la zanzara con uno sciaf e pulirsi le mani dal sangue con un fazzoletto di carta, in tempo per dare la mano pulita a chi le sta accanto durante il Segno della pace.
I bisbigli pace pace vagano tra le navate della chiesa, spostati dal ventilatore.
BAM.
La porta sbatte contro l’acquasantiera di marmo bianco. Il Giangi entra trafelato, muovendo le mani come se stesse scacciando un nugolo di vespe. Si ferma al centro della navata, piegato in due, le mani callose appoggiate alle ginocchia tremanti. La Maria ha smesso di sventolarsi e la mano di Domenico é rimasta a mezz’aria, in un Segno della pace sospeso. Il Giangi si appoggia alla panca della penultima fila e Luisa fa un passo indietro, colpita dal suo sudore acido e dalla sua faccia spaventata, calpestando le Converse nuove del nipote Fabio, mezzo addormentato.
“Cos’è questa storia?” chiede Don Antonio, ancora sul pulpito, masticando un candito allo zenzero quando nessuno guarda. Il Giangi cerca di riprendere fiato, sventolandosi con le mani.
“Un morto,” risponde col fiatone. L’intera chiesa fa un sussulto. C’é chi si porta le mani al petto, chi alla bocca, chi scuote la testa senza capire. Maria ha ripreso a sventolare il suo bollettino e un’altra zanzara sta tormentando Domenico.
“Nei campi, c’é un corpo,” continua il Giangi e Luisa fa un altro passo indietro, spingendo Fabio contro il nonno. Ora sì che sono svegli entrambi. Don Antonio scende dal pulpito per avvicinarsi verso il Giangi, spinto dalla forza di gravità più che dalla volontà, grattandosi gli avambracci.
“Come?” chiede quando arriva davanti al guardianno delle canalette, che controlla lo scorrere dell’acqua del Consorzio nei campi. Il Giangi inizia a raccontare la sua storia, fissando i suoi occhi su una piccola macchia gialla sulla guancia del Don.
Di solito, lui di domenica non lavora. Ma, con il caldo e i contadini in rivolta per l’acqua, quella domenica mattina stava lavorando, in sella al suo Ciao giallo. Era andato a controllare che la canaletta funzionasse bene, quella alla fine del paese, vicino alla ferrovia. Da lontano aveva notato una sagoma strana, in mezzo al campo d’erba, e un odore pungente, chimico. Si era avvicinato lentamente, con il cuore che gli batteva all’impazzata, a un corpo carbonizzato. Prima di vomitare bile in mezzo alle spighe di grano, aveva fatto in tempo a notare una tanica di benzina rossa, ancora aperta, e un accendino verde di plastica.
Con le gambe tremanti, era schizzato via sul Ciao, spingendo quel trabiccolo al limite.
“Pensavo fosse una bambola,” dice il Giangi, fissando i suoi occhi scuri sugli occhi improvvisamente bianchi di Don Antonio. Domenico lascia che la zanzara lo punga sul mignolo, nemmeno sente la puntura. Luisa ha tappato le orecchie di Fabio che, però, ha sentito ogni parola. C’é una persona esanime sulla canaletta, una persona bruciata. Ha sentito tutto Fabio che guarda il suo amico Andrea e sa che stanno pensando la stessa cosa: oggi niente gavettoni.
Don Antonio, che continua a grattarsi le braccia, é il primo a risvegliarsi dal torpore.
“Maria, chiami la polizia,” dice.
Dalla piazza, i fedeli sentono le sirene dei Vigili del fuoco e dei Carabinieri. Sono tutti riuniti davanti alla chiesa, senza sapere dove andare o cosa fare. Il Giangi é tornato al campo per parlare con i primi giornalisti che sono arrivati sulla scena e Domenico l’ha accompagnato in auto. Don Antonio si appoggia alle colonne del sagrato, con la nausea che si fa sempre più forte, e si maledice per non aver portato con sé le sue medicine. Le ha lasciate sul comodino, divise per giorno e per ora nel porta pillole di plastica blu che gli ha dato l’oncologo.
Tutti si guardano intorno per vedere se manca qualcuno all’appello. C’è chi ha già inviato dei messaggi a parenti e amici, per vedere chi risponde. Don Antonio guarda il suo gregge, ora più che mai perso. Ha a malapena avuto il tempo per una Benedizione frettolosa e sente la stanchezza prenderlo per le viscere, fino a arrivare alle tempie.
“Don Antonio, si sente bene? Mi sembra..giallo,” gli chiede Maria con una voce preoccupata.
“È solo il caldo,” risponde lui con un sorriso stentato, mettendo in bocca un zenzero candito. Lo mastica lentamente, sperando che la nausea passi. Dalla finestra della sua stanza al secondo piano, seduta sulla sua sedia a rotelle, Agata vede i paesani fermi sulla piazza, come congelati. Vede Domenico indicare i campi con il braccio teso. Tutti parlano, ma nessuno sembra sapere dove guardare.
I primi a fare un passo sono i signori Zanin, che vanno verso le loro bici in silenzio. Lentamente, la folla si disperde. Appena tornano a casa, accendono radio e televisioni: chi aveva trovato il Giangi? Cos’era successo?
In camera, Don Antonio conta le pillole e le manda giù con un bicchiere d’acqua gelata. Si stende sul letto senza pranzare perché non riuscirebbe a mangiare nemmeno un boccone. Si addormenta tenendosi lo stomaco, ascoltando l’intervista del Giangi, davanti alle telecamere in maglietta bianca, i capelli lucidati dal gel.
“Passo di qua anche dieci volte durante il giorno,” dice al microfono, “ho visto questa chiazza nera in mattinata sulla canaletta. E ho capito che purtroppo era una persona.”
Don Antonio sogna un banchetto lussuoso, con un piatto di frico, le trippe immerse nel sugo che faceva sua madre e la crostata di more selvatiche della signora Luisa. A capotavola, siede un corpo nero senza volto.
Cronache di un’estate italiana è una serie di cinque racconti ambientati in un piccolo paese durante l’estate. Ogni sabato verrà pubblicato un nuovo capitolo.
Prossimo capitolo: Il centro estivo.
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