Carrie di Stephen King, empatizzare con il “mostro”

Non mi considero un membro del “culto” che circonda Stephen King, eppure ci sono storie capaci di superare la fama del proprio autore per toccare corde universali. Questo è esattamente ciò che mi è successo con Carrie, il famosissimo romanzo d’esordio dello scrittore americano. Cercavo una lettura intensa e ho scoperto un’opera così densa di sfumature psicologiche, capace di andare ben oltre il semplice genere horror per trasformarsi in un doloroso spaccato sociale. Definire “Carrie” un romanzo thriller sarebbe davvero riduttivo.

Al centro del romanzo c’è Carrie White, una sedicenne che vive un’adolescenza d’inferno. Carrie è una vittima, intrappolata tra due fuochi: a scuola è l’oggetto di un bullismo feroce da parte dei coetanei, mentre a casa subisce le torture psicologiche di Margaret, una madre bigotta e ossessionata da un fanatismo religioso malato. È quasi impossibile non empatizzare con l’adolescente sola ed isolata, alle prese con il cambiamento del suo corpo. King descrive la sua sofferenza con una precisione chirurgica che fa male, portando chi legge a provare una profonda compassione per questa ragazza così indifesa. Nonostante quello che succede quando Carrie perde il controllo, lei rimane una vittima.

Un ruolo cruciale nel dramma è giocato proprio dalla figura materna. Le enormi difficoltà dell’adolescenza vengono amplificate e rese insopportabili da un genitore che non ascolta, non comunica e alza barriere insormontabili. Margaret White incarna il fallimento totale del dialogo generazionale: non vede la figlia come un’adolescente da guidare, ma come un ricettacolo di peccato da punire e reprimere.

In questo libro si respira un’aria densa di pregiudizi, dove sia la madre che i compagni di scuola sono pronti a isolare chiunque sia etichettato come “diverso”.

Il vero fulcro del romanzo di King sono i temi della crescita e della femminilità. La storia si apre con l’arrivo del primo ciclo mestruale di Carrie, un momento che lei vive nella vergogna e nel terrore a causa dell’ignoranza in cui è stata cresciuta. La femminilità qui non è idilliaca, ma viene trattata come una forza potente e primordiale che la società e la famiglia tentano inutilmente di schiacciare. Il corpo che cambia diventa il catalizzatore di una ribellione inevitabile.

La struttura narrativa scelta da King alterna il racconto a ritagli di giornale e testimonianze successive alla tragedia. Come un documentario che rende l’orrore reale. La violenza psicologica subita da Carrie si accumula pagina dopo pagina, come una pentola a pressione pronta a esplodere, fino al tragico finale.

In questo libro non c’è una violenza fine a se stessa. Carrie è un’opera spietata che usa l’elemento soprannaturale come metafora delle conseguenze devastanti della crudeltà umana. Ci mostra cosa succede quando una persona viene privata di ogni briciolo di dignità.

Chi é il mostro di questa storia?

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