Tutto qui? “Benedizione” di Kent Haruf è un romanzo che si muove con un passo talmente lento da rischiare l’immobilità. Non posso dire di averlo amato, ma non l’ho nemmeno odiato. È rimasto in una terra di mezzo fatta di storie ordinarie, che però mi ha lasciato addosso un forte senso di amaro in bocca.
La trama ruota attorno agli ultimi mesi di vita di Dad Lewis, un anziano negoziante della cittadina di Holt, malato terminale. Attorno al suo letto di morte si muovono diversi personaggi, ma quello che ha catturato di più il mio interesse è l’assenza del figlio Frank. Frank è fuggito di casa anni prima dopo un duro scontro con il padre e non tornerà mai, nemmeno per l’ultimo addio. Haruf sceglie deliberatamente di non risanare questa ferita. È una mancanza di risposte facili che ho trovato realistica, ma che mi ha lasciato insoddisfatta perché sembra che manchi qualcosa.
Ho avvertito la stessa frustrazione con la storia del figlio del nuovo reverendo della comunità, Lyle. Anche in questo caso Haruf descrive un rapporto padre-figlio spezzato, dominato dal silenzio, dall’incomprensione e da un disagio che non trova mai una vera valvola di sfogo. L’autore apre queste finestre su dinamiche familiari complesse e dolorose, però si rifiuta di chiuderle, lasciando i fili della narrazione completamente sospesi, come se nemmeno lui sapesse le risposte.
La bellezza della scrittura di Haruf sta sicuramente nella sua pulizia. Lo scrittore osserva il dolore e i rimpianti con lo sguardo di un cronista discreto, senza cedere a riflessioni filosofiche altisonanti. Questo stile così spoglio è il punto di forza del libro, ma per me è stato anche il suo limite principale. A forza di togliere e sottrarre, ho trovato che alla storia mancasse un vero picco emotivo. I personaggi dicono solo le parole necessarie, senza mai dire (e dirsi) abbastanza.
“Benedizione” è un romanzo dignitoso sulla fine della vita e sulle occasioni perdute. È una lettura che non mi ha entusiasmato, però mi é rimasta la sensazione di aver guardato dentro a stanze piene di segreti senza che nessuno abbia avuto il coraggio di accendere la luce. Forse questa scelta di lasciare tutto in sospeso sia il vero fulcro del libro o se, semplicemente, l’autore abbia preferito fotografare la realtà senza prendersi la responsabilità di darle un senso.
Questo libro fa parte della celebre “Trilogia della Pianura“, che si completa con i titoli Canto della pianura e Crepuscolo (in ordine non specifico, perché i tre libri non sono collegati, ma semplicemente ambientati a Holt). Nonostante la fama che circonda queste opere e lo stile innegabilmente curato dell’autore, questa prima esperienza mi ha lasciata piuttosto fredda. Al momento non ho nessuna fretta di leggere gli altri volumi della serie.
Hai già letto i romanzi di Haruf?
La fine della vita e le occasioni perdute:
Bellissimo….tutta la trilogia lo è. Uno dei miei autori del cuore
Hai un titolo preferito della trilogia o di Haruf in generale? Forse, per me, “Benedizione” non era il libro giusto per iniziare con Haruf.
Ho amato tantissimo Le nostre anime di notte!
Sei già la terza persona che me lo dice, quindi lo leggerò sicuramente.
Anch’io lo amo moltissimo
Anche tu hai un titolo preferito?
La trilogia senz’altro. Al netto del fatto di non averlo potuto curare di più a causa della sua dipartita, Le nostre anime di notte, di cui ho molto apprezzato l’idea e la costruzione narrativa. Tra l’altro poi trasposto in un bellissimo film con Jane Fonda e Robert Redford, perfetti per interpretare i personaggi del libro.
Allora più avanti proverò a leggere “Le nostre anime di notte,” magari é più nelle mie corde. Stai leggendo qualcosa di interessante in queste settimane?
Sto leggendo L’ultimo dono di Abdulrazak Gurnah, un autore che amo molto.
Me lo segno subito!
Secondo me il suo più bello è Furto.
Uno dei Rari casi in cui l’adattamento cinematografico è perfetto
Sì anche secondo me.
Ammetto di non aver ancora visto il film 🙈