Questa non è Stars Hollow. Se cerchi il paese delle fiere, dello zucchero filato e del buon vicinato, avete sbagliato libro. Peyton Place è un luogo dove la polvere viene spinta sotto il tappeto, sperando che nessuno guardi troppo vicino, dove tutto ha una patina di menefreghismo.
Il romanzo di Grace Metalious é crudo, una storia in cui ogni personaggio sembra possedere una vena maligna, una cattiveria pronta a esplodere non appena le luci delle strade si spengono e le porte di casa si chiudono. In questo paesino del New England non ci sono eroi qui, mamme per amica e chef eccentriche. Qui ci sono esseri umani feroci, di una ferocia che striscia lenta, ma inesorabile.
La bellezza di “Peyton Place” sta nella sua capacità di smascherare il perbenismo, quei sorrisi pieni di ipocrisia e di giudizio. Peyton Place è costruita sulla vergogna e sui pregiudizi, pilastri che sorreggono una comunità che vive nel terrore del giudizio altrui. La vergogna di un passato che non si può cancellare e il pregiudizio verso chiunque provi a rompere lo status quo.
Un esempio perfetto di queste dinamiche è la relazione tra la negoziante Constance MacKenzie e il preside Tomas Makris. All’inizio, Constance accetta la tossicità di quest’uomo alto e possente in modo quasi passivo, come se il suo carattere prepotente fosse un prezzo giusto da pagare per mitigare la solitudine di una madre single. Sembra Lorelai Gilmore? Assolutamente no.
Constance è prigioniera della sua stessa facciata di rispettabilità, una donna che ha costruito la sua intera vita su una bugia per paura di quello che la gente potrebbe dire. Il suo rapporto con Tom non è fatto di amore romantico, ma di tensioni e di un’accettazione silenziosa di una prevaricazione che lei stessa, in qualche modo, crede di meritare.
Sullo sfondo, arriva la guerra. Ma a Peyton Place la Seconda Guerra Mondiale non è l’evento epocale che trasforma la società; è un’eco lontana, quasi un’idea astratta. Per gli abitanti del paese, il conflitto è qualcosa che accade “altrove”. La guerra cambia le dinamiche interne, si porta via alcuni ragazzi e ne restituisce altri profondamente segnati, ma non riesce a scalfire l’anima del posto. Peyton Place rimane immobile, sorda al cambiamento del mondo esterno, rintanata nei suoi rancori e nelle sue gerarchie. I giovani tornano dal fronte con gli occhi nuovi, ma il paese è sempre lo stesso: spietato, giudicante, fermo nel tempo.
Grace Metalious non fa sconti e il finale lascia aperte molte questioni, che l’autrice affronta nel sequel, “Ritorno a Peyton Place”. Devo ancora leggerlo, ma la curiosità è tanta: voglio vedere se il ritorno dei protagonisti in questo microcosmo spietato porterà finalmente a una rottura definitiva o se il fango del paese finirà per inghiottire tutto di nuovo. Nel suo romanzo, la scrittrice americana ci fa capire che non esiste la privacy.
Chissà che libro scriverebbe ora, in un momento storico in cui l’esposizione é costante. Probabilmente la Metalious ci ricorderebbe che, dietro ogni sorriso forzato, Peyton Place è ancora lì, con la sua vena maligna e i suoi segreti ben custoditi.
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