Prima di sentire la confessione, sussurrata in una chiesa torrida, scopri i primi capitoli della serie “Cronache di un’estate italiana.”
III. La confessione
Benedicimi, Padre, perché ho peccato.
Don Antonio sospira. L’orario della confessione stava per finire, già si vedeva sul divano, con i piedi alzati da un cuscino, il cocktail di pastiglie e l’ennesimo episodio di CSI Miami. Invece no.
Sull’inginocchiatoio si era appena accomodato il Giangi. Il Giangi che aveva mai fatto una confessione e che andava a messa solo a Natale e Pasqua. E ora eccolo lì, mentre si muoveva come un serpente a sonagli, scomodo sull’inginocchiatoio di legno. Don Antonio si asciuga la fronte con un fazzoletto di carta: non hanno ancora riparato l’aria condizionata. Sente le viscere torcersi e il fegato gonfiarsi.
Il Signore sia nel tuo cuore e sulle tue labbra, perché tu possa confessare sinceramente tutti i tuoi peccati.
Il Giangi si muove a disagio: questa è una cattiva idea. È andato in chiesa subito dopo il lavoro, senza passare per l’osteria a farsi un goccio per il coraggio e senza passare da casa a cambiarsi. Sente la puzza del suo sudore acido e dei fumi del Ciao, vede una macchia di olio sui pantaloncini grigi e sa che non riuscirà a toglierla, nemmeno con la candeggina. In quella chiesa buia e calda, soffocante, il Giangi sente un rivolo di sudore lungo la schiena.
Gli gira la testa, come quel giorno, quando l’odore di morte gli aveva fatto venire il capogiro. Quel corpo adagiato sulla canaletta, senza volto, con ai piedi delle sneakers che andavano di moda negli anni 80, se erano mai state di moda. Quell’uomo piegato in avanti, con una tanica di benzina rossa in mano, la barba bianca disordinata.
“Emmm..” Don Antonio si schiarisce la gola, riportando il peccatore nel confessionale che odora di incenso.
“Amen,” bisbiglia il Giangi, “non so da dove iniziare, non so come si fa.”
Basta che inizi, pensa Don Antonio, che immagina il cornetto alla panna che lo aspetta nel congelatore. Ma quello che dice è “quando sei pronto.”
Venerdì pomeriggio, il Giangi era passato per la canaletta vicino alla ferrovia, per controllare che non ci fossero perdite d’acqua. Aveva parcheggiato il Ciao giallo all’imbocco della strada sterrata. In fondo, gli era sembrato di vedere una sagoma zoppicante, come se ci fosse stato un fantasma che si muoveva in un deserto polveroso trascinando i piedi nella calura.
Avvicinandosi, aveva visto che quella sagoma era un uomo anziano, con la barba bianca disordinata, gli occhi rossi dalla stanchezza e le mani screpolate con piccoli tagli rossi. L’uomo, perché non era un fantasma, aveva in mano una tanica di benzina rossa. Il Giangi aveva riconosciuto l’artigiano del paese, un uomo che creava sculture in legno e che viveva in una casa vicino alle rotaie, con l’erba sempre alta e una stalla che stava cadendo a pezzi.
Al Giangi sembrava di ricordare che l’uomo viveva con una sorella disabile, che non usciva mai di casa. Per quanto provasse a ricordare il nome di quell’uomo, fissando le sue rughe profonde, proprio non ci riusciva.
L’uomo indossava un elegante camicia bianca, una cravatta bordeaux di seta e dei pantaloni lunghi di cotone beige, come se stesse andando a messa. Il dettaglio che stonava erano le scarpe da ginnastica grigie bucate, con la suola che si trascinava nella polvere. L’uomo aveva iniziato a tremare, nonostante il caldo, quando era arrivato il Giangi, e stava piangendo lacrime silenziose. Ai piedi della canaletta, il Giangi aveva visto uno strano contenitore bianco di plastica, senza etichetta, e una torcia elettrica.
Quello che il Giangi non poteva sapere era che, nella tasca destra dei pantaloni, l’uomo senza nome stringeva un accendino verde come se fosse un talismano.
“Devo controllare l’acqua,” aveva detto il Giangi, con un nodo alla gola.
L’uomo aveva risposto qualcosa, ma il rumore del treno regionale aveva portato via le sue parole. L’aveva detto piangendo, muovendo l’accendino tra le dita. Il Giangi aveva controllato l’acqua e, prima di andarsene, aveva dato un’ultima occhiata a quell’uomo senza nome. L’aveva visto sedersi sul bordo della canaletta, la tanica di benzina e quel misterioso contenitore di plastica tra i piedi, la testa china sulle ginocchia, a fissare una fotografia in bianco e nero. Il Giangi l’aveva visto giocare con un accendino, accenderlo e spegnerlo, la fiamma rossa nel pomeriggio estivo.
Il Giangi era partito sul suo Ciao giallo e, in osteria, dopo cinque bicchieri di Friulano, si era convinto di aver immaginato tutto.
“Era acido muriatico,” dice il Giangi a Don Antonio. “Quello nel contenitore. E si chiamava Giuseppe.”
Don Antonio non è sicuro di poter mandare giù la nausea, dopo quello che ha sentito. Il Giangi ha esaurito le parole, aspetta la sua penitenza, il consiglio saggio di un uomo di chiesa, l’assoluzione. Don Antonio deve perdonargli il suo silenzio e la sua codardia, dirgli che va tutto bene. La colpa non è sua, basta qualche preghiera.
“Aveva una gemella, Agata, è ancora in ospedale, collegata a mille tubi” dice invece, facendo sussultare il Giangi, che rimane in silenzio. Proprio lui che, per 13 giorni, non aveva fatto altro che raccontare la storia del corpo nero a chiunque lo ascoltasse. Proprio lui, che aveva detto ai giornalisti e alla polizia di aver trovato il corpo domenica mattina, di non averlo visto prima. Lui che poteva dare un nome a quel morto che ancora, ufficialmente, non ce l’aveva.
Il Giangi non era pentito, Don Antonio lo sapeva. Così come sapeva che avrebbe dovuto portare quel peso nella tomba. E l’oncologo gli aveva detto che non mancava molto. Ma non può far altro che seguire le regole: dopo le preghiere, Don Antonio benedice il Giangi e lo assolve dai suoi peccati. Dopo un Amen sussurrato, il Giangi esce dalla chiesa rinfrancato. Una notifica illumina il telefono: il giornale gli ha inviato il link alla sua intervista. Uscirà domenica.
Don Antonio rimane seduto nel confessionale, nel silenzio sacro di quella chiesa che é stata casa sua per quasi 50 anni. Il paese era cambiato molto, da quando lui ci era arrivato con la sua valigia di cuoio marrone. La latteria, la bocciofila e la pizzeria avevano chiuso i loro battenti, e i cartelli “in vendita” erano ormai sbiaditi. La piccola bottega di Giuseppe aveva preso fuoco decenni prima e Giuseppe e Agata erano sopravvissuti con assegni di invalidità e pensioni minime.
Ma certe cose non cambiano mai, pensa Don Antonio. Ogni generazione ha il suo Giangi e ogni anno si fa la sagra, con il toro allo spiedo che gira per ore e le torte delle mamme. E, davanti alla parrocchia, c’è ancora una scultura scolpita nel legno, un bel capriolo giovane con il codino alto.
Giuseppe aveva passato settimane a perfezionarla, lavorando nel buio della sua bottega, strizzando gli occhi e graffiandosi le mani fino a sanguinare.
Cronache di un’estate italiana è una serie di racconti ambientati in un piccolo paese di provincia. Ogni sabato verrà pubblicato un nuovo capitolo.
Prossimo capitolo: La sagra.
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