La festa dei coscritti III

La veritá

Deborah non c’era quel maledetto giorno di fine estate, quando Azzurra è cambiata per sempre. Mentre lei cercava di lottare contro Mattia, Deborah lottava contro i genitori, che erano tornati alla carica e volevano sapere chi fosse il padre. Giulio era un bambino malato, che richiedeva cure, attenzioni e medicine che la famiglia non poteva permettersi. Deborah, a 14 anni, stava cercando un lavoro per poter andare a vivere da sola. Certo, senza nemmeno il diploma di terza media, dove poteva andare? Un giorno aveva fermato Azzurra per strada. 

“Mi daresti ripetizioni? Devo prendere almeno la terza media e non mi ricordo più niente.” No, Azzurra non poteva. Dopo l’ultimo giorno di scuola, aveva detto ai suoi genitori che voleva andare a studiare dalla zia a Torino e che voleva partire prima possibile. Il giorno dopo, era andata da Deborah a lasciarle i suoi vecchi libri di scuola, pieni di sottolineature e annotazioni. Non era entrata in casa, ma sentiva Giulio che piangeva a squarciagola e lo vedeva dalla finestra aperta: un fagotto che muoveva le manine come per scacciare le zanzare. Scalciava dentro la sua culla e, a nemmeno un anno, sembrava avere la forza di un terremoto.

”Scusa, sicuramente ha fame, devo andare.”

”Certo, non ti preoccupare, ci vediamo presto.” Andando via, Azzurra si era girata e aveva visto Deborah che urlava da sopra la culla, chiedendo a Giulio di smetterla. Non si erano più viste fino alla festa dei coscritti.

Fuori, sta iniziando a fare freddo e Azzurra stringe la sciarpa ancora più forte. 

“Fumi anche tu?”

È Deborah, in piedi sotto il pergolato che in primavera è un’esplosione di glicine lilla. Ora, le foglie stanno cambiando colore, sempre più gialle.

”No, avevo bisogno di una pausa.”

Sono da sole fuori dal ristorante, sentono le risate di chi è rimasto dentro e il profumo delle griglie che stanno andando a pieno regime. 

“Devo ancora ridarti i tuoi libri,” le dice Deborah, che si è spostata sotto la lampada, con la luce così fredda che la fa sembrare un fantasma. Lo dice con un debole sorriso, mentre schiaccia la sigaretta a terra. 

“Figurati, spero ti siano serviti.”

”Se così si può dire,” risponde Deborah, stavolta piangendo. 

Alla fine, Deborah era riuscita a finire la terza media, ma non era stato facile. Era in classe con quelli che una volta erano in prima e che sapevano della sua gravidanza. Forse all’epoca non avevano capito cosa stesse succedendo, però a 14 anni avevano le idee più o meno chiare. Si era ritrovata di nuovo all’ultimo banco e a passare la ricreazione in biblioteca, da sola. Intanto, il professor Antonini aveva vinto una cattedra all’università di Bologna, ma lei lo vedeva comunque ogni giorno, quando passava davanti alla sua foto in bacheca. 

“Orgoglio locale: professore va a un’università di prestigio.” Vicino al titolo, una foto del prof lo ritrae davanti a una lavagna, cravatta elegante, barba ben rasata e un sorriso orgoglioso. Da predatore, si dice Deborah ogni volta che passa davanti all’articolo.

Ha studiato giorno e notte per non venire bocciata e per passare gli esami. Intanto, Giulio cresceva, sempre deboluccio, senza un padre e nella casa dei nonni. Deborah voleva trovare un lavoro e poi un appartamento, essere indipendente, lontana dai rimproveri e rancori silenziosi dei suoi, che ormai avevano smesso anche di urlare. Però, non è uscita di casa fino a 19 anni, quando Giulio ne aveva quasi sei. Da quella volta, lavora come operaia in una fabbrica di imballaggi e scatole, fa il turno di giorno quando la vicina non può tenere Giulio e fa quello di notte quando il figlio può dormire da amici o dai nonni.

Non sa nemmeno lei quando ha iniziato a non mangiare e a perdere le forze. Sa solo che vomita sempre tutto e che, spesso, l’odore del cibo le dà la nausea. Le dicono che è anoressica e che è brutta, ma a lei non importa. Sta solo aspettando che Giulio compia 18 anni per essere davvero libera. Mancano 7 mesi. 

Tutto questo, Azzurra non lo sa. Dà un fazzoletto a Deborah, che lentamente si sta calmando. 

“Mi dispiace,” Azzurra le dice.

”Cosa ti dispiace?”

Così, Azzurra le racconta di quella sera a Verona, degli sguardi disgustosi del prof e dei suoi dubbi. Non sa perchè, ma le racconta anche di Mattia e stavolta è lei che inizia a piangere.

Quando finisce il suo racconto, le due donne si guardano e non sono più due sconosciute. 

“Ma tu sai che Mattia va a dire in giro che lui ti ha sverginata? Dice che a te piaceva.”

Nonostante non fosse più a scuola e non andasse più alle feste, i pettegolezzi erano arrivati anche alle orecchie di Deborah. Secondo Mattia, quel giorno sulle scale loro erano andati “fino in fondo” e Azzurra le aveva detto che era stato “bellissimo.” Gli aveva anche chiesto il bis, ma lui non aveva il preservativo. Così lei gliel’aveva toccato finchè non era venuto. Si erano promessi di rifarlo, ma poi lei era andata a Torino e lui si era messo con Elisa. Mattia diceva che lei aveva delle tette grandi e sode, e una patata stretta e pelosa. Diceva che l’aveva abbracciato mentre lui stava sopra e che poi gli aveva chiesto di fare cambio per finire. E aveva finito anche lei solo che, per non farsi sentire dagli altri, aveva soffocato le sue grida di piacere tra i capelli di Mattia. Diceva a tutti che non era stato male e che, se proprio proprio doveva dargli un voto, le avrebbe dato un 7.

Nonostante tutti avessero visto la scena riflessa sulle finestre, da quasi 20 i suoi compagni di classe avevano deciso di credere a una bugia. Azzurra era la zoccola della classe.


Le gira la testa quando si siede vicino a Elisa, che sta parlando con Mattia del menù e del vino. Il cameriere le porta la sua fiorentina, al sangue come l’ha chiesta, una delizia che ora le fa ribrezzo. Si versa del Merlot fino all’orlo, macchiando la tovaglia bianca con qualche goccia rossa. 

“Attenzione, qualcuno vuole fare festa,” dice Mattia, facendole l’occhiolino, mentre tutti ridacchiano, anche Elisa. Forse se la immaginano mentre lo stringe sulle scale, chiedendogli di più, più forte, più profondo.

Dall’altro tavolo, Deborah la guarda e le sussurra, “mi dispiace.”

Cerca di masticare il primo boccone, ma lo sente risalire con la bile, la pasta di prima e la rabbia. Corre al bagno e vomita anche la colazione. Quando vede Elisa entrare preoccupata, Azzurra non ce la fa più. 

“Che ti succede? Stai bene? È stato il cibo?”

Le parole di Azzurra iniziano come un sussurro e crescono, crescono fino a diventare un rombo. Crescono finchè tutti nella sala del ristorante smettono di mangiare, le forchette ferme a mezz’aria. 

“Succede che siete degli stronzi.”

La sua vera prima volta, Azzurra se la ricorda bene. Era in terza al collegio e si era invaghita di Fernando, un ragazzo di quarta magro, con i ricci rossi e le lentiggini. Si erano conosciuti in biblioteca, dove lei lavorava part-time e dove lui passava tutto il suo tempo libero perchè voleva diventare un neurochirurgo. Avevano parlato dei loro sogni, della vita in collegio e lei gli aveva raccontato del piccolo paesino di provincia da cui veniva. Si erano baciati al loro secondo appuntamento e, dopo tre mesi insieme, l’avevano fatto nel dormitorio maschile, quando tutti erano via per le vacanze pasquali. Era stato veloce, ma non per questo meno intenso o indimenticabile. Azzurra non aveva provato dolore, non aveva pianto nè durante nè dopo e non si era sentita sporca. Lui si era addormentato abbracciandola e l’aveva svegliata con un dolce bacio sulla guancia e un’erezione che aveva portato alla loro seconda volta.

Erano rimasti insieme altri sei mesi e si erano lasciati senza drammi o pianti quando Fernando aveva dovuto seguire la famiglia in Belgio. Eccola la sua prima volta: bella, indolore, con un ragazzo che le voleva bene. Niente a che vedere con le scale di ferro fredde del retro della scuola. Niente a che vedere con le mani ruvide ed insistenti di Mattia, che l’aveva anche graffiata cercando di toglierle la maglietta con la forza. 

“Siete degli stronzi e degli ipocriti. Vi odio tutti.”

Urlando, Azzurra racconta per la prima volta ad anima viva di quello che le è successo. Le sputa tutta la rabbia repressa e le dice che si sono trovati, due stronzi sposati, e che i loro figli non saranno meglio. Non è orgogliosa di quest’ultima parte, ma dirlo la fa stare bene. 

“È una bugiarda,” dice Mattia che è piombato nel bagno delle donne. 

“Sei una bugiarda,” le dice Elisa, puntandole contro l’indice, “ho visto come ti piaceva.”

Azzurra esce dal bagno piangendo, ancora arrabbiata, e lo vede, lo vede negli occhi degli altri: nessuno le crede. E, se anche le credono, non andrebbero mai contro Elisa e Mattia. Ma dove ha lasciato la sua borsa? Tra le lacrime e la vergogna, non si ricorda dove l’ha lasciata. Cesare sta ridacchiando con i suoi amici, la guardano e scuotono la testa. Il gruppetto degli emarginati continua a mangiare in silenzio, mentre gli sfigati non sanno da che parte guardare. Il cameriere è corso fuori dalla sala, anticipando la sua pausa sigaretta.

Il proprietario del ristorante è uscito dal suo ufficio sul retro e spera di non dover chiamare la polizia. Alle sue spalle, Azzurra sente gli sguardi di Elisa e Mattia che la trapassano e li sente ripetere “bugiarda, bugiarda,” come una litania. 

“Tieni,” Deborah le porge la borsetta con un sorriso, “che ne dici? Ce ne andiamo? Molliamo questi sfigati.” Le dà la mano e Azzurra la prende. Escono dal ristorante a testa alta, piangendo, ma a testa alta. Quando passa davanti a Mattia, Azzurra lo guarda e lo vede per quello che è: non più il suo aguzzino, ma uno stronzo che ha sposato una che è pure peggio. Poi guarda Elisa e lo vede: una donna amareggiata che, per mantenere le apparenze, si racconta ogni tipo di storia. Davvero, quei due si sono trovati. 

“W IL 1990,” Azzurra grida mentre esce nella notte mano nella mano con Deborah. 


Fine

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9 pensieri riguardo “La festa dei coscritti III

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    1. Grazie come sempre delle belle parole ed é vero, non manca la cattiveria. Ma, per fortuna, non manca nemmeno la sorellanza. 🙂

      1. Un concetto che sta tornando piano piano!
        Noto che le donne si fanno un po’ meno la guerra negli ultimi tempi…
        Non tutte si intende; le arpie ci saranno sempre, ma quello è un altro discorso.
        Io noto nel mio ambiente lavorativo che c’è molta più sorellanza, collaborazione e supporto rispetto un tempo! Forse anche perché sono aumentate le donne nell’esercito, ma un tempo erano (eravamo) molto più cattive le une con le altre. Forse perché c’era troppo “pressing” da parte degli uomini e delle alte sfere anche…
        Va beh, sono andata off topic come mio solito. Cacchio.

      2. Ah caspita! Si, il tuo settore è sempre stato molto maschilista, immagino sia inevitabile (e giusto) darsi un supporto fra donne. È già difficile in genere, ma immagino che nell’esercito sia ancora più complicato.

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