Lo dico subito: quando si tratta di questo titolo, vado controcorrente. Molti descrivono Kukum di Michel Jean come una struggente storia d’amore, l’ennesima variante del colpo di fulmine letterario tra due ragazzi di mondi opposti. Piace molto, ai critici e alle case editrici, mettere delle etichette ai libri, dargli categorie. Non ho saputo resistere alla curiosità e alla copertina affascinante e colorata. Ma devo essere onesta: per me questo libro é molto altro, nel bene e nel male.
Certo, la vicenda inizia con la storia di Almanda, una quindicenne orfana di origine irlandese che nei primi del Novecento si innamora del giovane indigeno Thomas Siméon. Decide di seguirlo tra le foreste, nei fiumi e nelle montagne, lontano dal paesino. Però, per me, il vero fulcro del romanzo non è l’amore tra i due protagonisti, bensì l’amore immenso, viscerale e totale che Almanda sviluppa per il popolo degli Innu, la loro cultura e la loro terra selvaggia.
La prima parte del libro è un mosaico splendido di dettagli umani e natura indifferente, ma maestosa. Almanda mentre impara a muoversi in canoa, a cacciare, a sopportare l’inverno rigido e a integrarsi in una comunità nomade che vive in perfetta simbiosi con i cicli delle stagioni. È una boccata d’aria fresca leggere della generosità del popolo Innu che accoglie una “straniera” senza pregiudizi e senza il bigottismo a cui siamo abituati.
Purtroppo, la pace dura poco: l’arrivo dei coloni, la deforestazione selvaggia delle segherie e la costruzione delle ferrovie stringono gli Innu in una morsa spietata, costringendoli alla sedentarietà e privandoli di ogni briciolo di libertà.
Il problema della fretta e i collegi per nativi
Nonostante l’importanza indiscutibile del tema, devo ammettere che questo romanzo non mi ha fatta impazzire. A tratti l’andamento della storia mi è sembrato decisamente frettoloso. L’autore liquida eventi drammatici e passaggi storici epocali nel giro di pochissime pagine.
Il punto che più mi ha lasciata con l’amaro in bocca è stato il capitolo dedicato ai famigerati collegi cattolici canadesi, dove i bambini nativi venivano strappati con la forza alle famiglie per essere “civilizzati.” È una delle pagine più brutali e cruente della storia moderna, un vero e proprio genocidio culturale che meritava uno spessore emotivo e un approfondimento ben diversi. Qui, invece, tutto scorre via troppo rapidamente, lasciando una sensazione di incomunicabilità e di incompiuto.
Credo che questo limite derivi direttamente dalla natura stessa del libro. La parola Kukum significa “nonna” in lingua innu-aimun e il libro racconta la storia vera della bisnonna dell’autore. Con tutta probabilità, Michel Jean ha lavorato basandosi esclusivamente sui racconti orali che la sua parente gli ha tramandato, un resoconto familiare, più che una cronaca.
Questo giustifica la struttura frammentata: i ricordi di una persona anziana tendono a soffermarsi sui momenti felici della giovinezza e a sorvolare, per autodifesa o per traumi mai superati, sugli orrori più grandi, come la perdita dei figli portati via nei collegi.
Comunque, il romanzo di Jean é un’opera con un valore storico da non sottovalutare. Aiuta a analizzare i mostri quotidiani del colonialismo, ma che purtroppo non scava abbastanza a fondo nella psicologia del dolore.
Per approfondire il legame profondo tra la comunità Innu e la natura incontaminata del Québec, guarda questa bellissima intervista che esplora le radici storiche del romanzo.
L’editrice Marcos y Marcos ha recentemente pubblicato il nuovo libro di Michel Jean, Maikan. É sicuramente nella mia TBR, perché non dubito il valore del lavoro dell’autore che, anche in questo caso, ci racconta un capitolo oscuro e vero della storia del Canada. Ecco la trama:
Virginie, Marie e Charles hanno quattordici anni quando insieme a decine di giovani innu vengono strappati alle famiglie e deportati in un collegio su un’isola remota del Nord del Canada, a quasi mille chilometri da casa.
Settant’anni dopo, Audrey Duval, giovane avvocata in carriera di uno studio à la page di Montréal, scopre che migliaia di ragazzi hanno subito sevizie e crudeltà atroci, segregati in più di cento collegi.
Quando il governo canadese delibera il risarcimento dei sopravvissuti e delle loro famiglie, Audrey si tuffa a capofitto in un’indagine per scoprire cosa è accaduto veramente sull’isola di Fort George, per capire come mai Virginie, Marie e Charles sono svaniti nel nulla.
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