La villa avvolta nella nebbia

É una mattina grigia di febbraio. L’alba é passata da un pezzo ma il sole non riesce a scalfire le nubi basse e cupe. I raggi sono timidi e non riscaldano la pelle. Dal piccolo torrente freddo si alza una nebbia fine, umida, che avvolge la scultura di pietra di una contadina, una scultura che una volta era bianca. Ora, sotto le fronde del pino, la giovane contadina é grigia e sporca da anni di incuria. La nebbia che sale dall’acqua gelida avvolge la contadina che in mano ha un otre, un abito lungo che si attorciglia tra le caviglie e i capelli raccolti in una treccia sbarazzina. Il pino é alto all’ingresso della villa veneziana, con le radici che si tendono verso il cancello verde in ferro battuto. Un cancello che scricchiola, socchiuso da anni, bloccato sulla soglia dopo che i proprietari dalla villa se ne sono andati. Il vialetto di sassi é ricoperto da foglie secche e da foglie umide, raccolte in pile che vengono spazzate via dal vento.

In questa mattina grigia, uno scoiattolo rosso attraversa il bosco della villa rosa, saltellando tra faggi, aceri e querce, cercando un seme di melograno dimenticato da novembre o una noce che aveva interrato sotto il secondo pino a destra dell’entrata, quello piú vicino alla scultura di un leone che ruggisce alla giovane contadina.

La nebbia sale verso i rami più alti del pino, sale fino ad arrivare al tetto dell’antica villa. Molte tegole sono rotte e il comignolo é nero di fuliggine. Dall’alto, la villa é immensa. Tre piani, un’ala per gli ospiti e una per una piccola serra. Una volta, nella serra c’erano azalee rosa, ficus dalla foglie grandi come ventagli e orchidee di ogni colore. A Natale, i vasi erano adornati da piccoli nastri colorati e, tutto intorno alla serra, c’era una linea di luminarie dalla luce calda. Ma le orchidee erano il vero vanto di quella serra e l’invidia di tutto il vicinato.

Ora, gli scaffali della serra sono pieni di foglie secche, di vasi di ceramica con la terra che ammuffisce e di vasi di plastica rotti, alcuni per terra come se fossero stati lanciati con rabbia. Un buco in alto a destra lascia entrare gli insetti che, quando non trovano nulla da sgranocchiare, seguono il buco in basse a sinistra che li porta dentro la villa.

Cosí, scarafaggi, api e ragni si trovano in uno dei cinque salotti della villa, quello al primo piano, che di solito veniva usato per le cene di famiglia o per gli incontri settimanali del club del libro. Le tarme hanno iniziato a mangiare i mobili e i ragni stanno creando ragnatele intorno ai vasi di terracotta, negli angoli dietro le poltrone e negli spazi tra i libri. I libri stanno svanendo, le pagine bianche sono macchiate di umiditá gialla come se qualcuno le avesse sporcate mangiando senape. I dorsi si stanno sfilacciando e i titoli sono sempre più illeggibili. I promessi sposi, Manuale di fisiologia umana, La Metamorfosi. Il sole che riesce ad entrare dalle alte finestre sporche colpisce i libri come una sberla e i riflessi che penetrano dalle vetrate colorate arrivano fino al corridoi che porta all’entrata della villa rosa.

Un’alta rampa di scale di marmo rosa si snoda fino al piano di sopra, un serpente luminoso con un corrimano di legno pregiato. Una volta, quel corrimano e quella scale venivano puliti tre volte alla settimana: il lunedí, il mercoledí e il venerdí. Erano cosí lucidi che sembrava di guardare in una pozza d’acqua cristallina. Ora, sulle scale c’é un tappeto rosso strappato che qualcuno pensava potesse proteggere la bella scala di marmo. Il tappeto trasuda umiditá e sta iniziando a puzzare. Un altro tappeto, rotondo e persiano, accoglieva gli ospiti all’entrata. Quello, importato da un’oasi nel cuore del deserto marocchino, ê stato portato via e giace arrotolato nel ripostiglio di qualche erede della famiglia Palladini.

Il maggiordomo apriva l’alta porta in rovere, incorniciata da colonne di marmo, con un lieve inchino. Si assicurava che gli ospiti notassero il lussuoso tappeto e poi prendeva i loro soprabiti. Al tramonto, i raggi del sole balzavano da una superficie di marmo all’altra, creando un gioco colorato che lasciava tutti a bocca aperta, anche il maggiordomo che lavorava in quella villa veneziana da 25 anni.

“Prego,” diceva l’uomo alto e pelato che amava quella casa come se fosse sua e la sua voce da baritono riempiva l’aria calda d’inverno, grazie al caminetto scoppiettante, e fredda d’estate,

Dentro, la porta massiccia si apriva sulla scala di marmo. Fuori, si apriva sul giardino all’italiana pieno di siepi geometriche e con una fontana al centro, un’alta fontana che raffigurava un angelo, un bambinello con i capelli ricci, con ai piedi una rana seria, ma pronta al balzo. Ora ci sono le rane vere, nella fontana, che sguazzano nelle pozze formate dalla pioggia.

La nebbia si alza nella mattinata di febbraio e l’aria é grigia. Il sole sparisce dietro delle nubi nere, cariche di temporale, e il cancello in ferro verde sbatte, facendo fare un balzo alla giovane contadina, strappata ai suoi pensieri.

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