La fine della frontiera di Daniele Pasquini, l’inizio della disillusione

In questo western atipico, “La fine della frontiera” di Daniele Pasquini mescola rivoluzionari mancati, donne indiane (o forse no), soldati arroganti e carrettieri della provincia italiana. Se nel suo Selvaggio Ovest, lo scrittore raccontava una Maremma spietata e rassegnata, qui lo sguardo si allarga: i provinciali partono per l’America, con pochi soldi in tasca e un’idea fragile di futuro.

Il sogno americano, però, nasce già incrinato. Parte da borghi italiani grigi, segnati dalla fame e dall’immobilità, e approda in un’America che non è più quella dei pionieri. Il West è finito: niente orizzonti infiniti, niente miti da inseguire. Al loro posto, piccole comunità che resistono a un potere sempre più grande, un paese attraversato dalla ferrovia e dalla corsa alla ricchezza, a ogni costo.

I personaggi si muovono dentro questa disillusione. Ognuno cerca il proprio posto nel mondo, ma lo fa a modo suo: chi fondando una banda di fuorilegge, chi inseguendo ideali che cambiano forma a ogni pagina, chi rifugiandosi nell’alcol. E poi c’è Adele, forse il personaggio più luminoso e insieme fragile di questa storia: lei che sogna di fare la maestra, ma si ritrova immersa in una realtà che la costringe a ridefinire sé stessa, sospesa tra le sue radici italiane e il legame con Gamba di Legno e Foglia Tenera, la famiglia che la accoglie.

La fine della frontiera non è solo geografica

Nei grandi spazi americani, tra torrenti impetuosi e pianure aride, la conquista del West si rivela per quello che è stata: una violenza sistematica, una promessa mai mantenuta. Le riserve, create per contenere e controllare, raccontano più di qualsiasi mito. I cercatori d’oro finiscono sotto la terra che volevano conquistare, e perfino chi vive ai margini, come le prostitute, sembra aver perso ogni illusione. In ogni pagina di questo romanzo di Pasquini si avverte un senso di fine. Non solo di un’epoca, ma di un’idea stessa di possibilità. Gli spazi non sono più infiniti, e nemmeno le vite lo sono.

Ed è qui che il romanzo trova il suo filo più potente: quello che lega la provincia italiana alla frontiera americana. Non è la geografia a unirle, ma il desiderio. Il bisogno di appartenere, di trovare un posto nel mondo, di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Forse anche di un disegno che non si riesce mai del tutto a comprendere.

A volte, sembra suggerire Pasquini, basta anche solo una casa vuota per iniziare.

“La fine della frontiera” mi ha colpita proprio per questa sua capacità di smontare il mito senza mai diventare fredda o distante. Non è un western d’azione, né un romanzo epico nel senso classico: è una storia più intima, fatta di illusioni che si consumano lentamente e di personaggi che restano addosso anche dopo l’ultima pagina. Non tutto è perfetto (a tratti la narrazione può sembrare dispersiva),ma è proprio in questa sua irregolarità che trova autenticità. È un libro che consiglierei a chi cerca un West diverso, più umano e disilluso, e a chi ama le storie in cui il vero viaggio non è quello verso una nuova terra, ma quello, molto più difficile, verso un posto da chiamare casa.


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