Piove sempre, nella campagna ungherese di Krasznahorkai. Il fango si attacca alle scarpe, la pioggia fredda si attacca ai vestiti e il freddo entra dentro, fino ai fragili organi interni di una comunitá che ha perso ogni speranza. Con la fine dell’era comunista, lo stabilimento collettivo, una volta pieno di vita, é ormai vuoto ed abbandonato. Tutto cade in rovina, non solo i muri e le stanze, ma anche le piccole case dei pochi abitanti rimasti, quelli che non sapevano dove andare.
O, nel caso di alcuni, quelli che non volevano andarsene. É una vita miserabile, dove arrivare a fine giornata é un miracolo, dove si sopravvive per inerzia più che per volontá. Qui, in questo paesaggio desolato, si svolgono le vite lente e condannate dei personaggi di “Satantango.” Finché non arriva una notizia inaspettata che riaccende gli animi: il ritorno di Irimias.
Non c’é un lume di speranza in questo romanzo ungherese, dove i poveri sono sempre poveri, condannati a ripetere un ciclo vizioso di fame, ignoranza ed immobilitá. Ogni ora passa lenta, ogni minuto passa come un’agonia, mentre gli abitanti dello stabilimento si guardano intorno, spaesati, sentendo i rintocchi dei secondi. Sono lontani dalla cittá, senza nulla da fare se non bere, e non si sopportano nemmeno più tra di loro. Per questo, il dottore ha deciso di rinchiudersi in casa con i suoi quaderni su cui annota ogni minimo dettaglio, seduto alla finestra da dove spia i suoi vicini. A lui bastano la sua pálinka e una coperta logora; lui non ha bisogno di niente e di nessuno. Li disprezza, quei vicini di casa pettegoli e senza istruzione, la donna sposata che tradisce il marito e Futaki, con la sua gamba zoppa, sempre piú fragile.
É forse lo stesso Irimias, il compagno creduto morto e poi tornato a loro, a descrivere al meglio i sopravvissuti dello stabilimento. I suoi compari.
Servi erano e servi resteranno finché campano. Quelli stanno seduti nello stesso identico posto, sullo stesso identico sgabello appiccicoso, si strafogano di patata alla paprika tutte le sere e non riescono a capire cosa possa essere successo.
Lui, che disprezza chi é rimasto allo stabilimento, é la speranza che tutti aspettavano. Brillante e intraprendente uomo di mondo, Irimias arriva a salvarli. Almeno, questo pensano gli abitanti di un luogo che non esiste più.
Tutto cambia, tutto rimane uguale
Nel suo romanzo, Krasznahorkai descrive alla perfezione questa atmosfera da “fine del mondo” nella campagna ungherese. Dopo decenni negli stabilimenti e nelle fattorie collettive comuniste, con la caduta dell’URSS in tanti si sono trovati a mani vuote. Ogni giorno, prima, sapevano cosa fare e come farlo e, anche se non mangiavano come re, c’era sempre qualcosa sul tavolo. Fossero anche solo patate con la paprika e pálinka. La fine del’Unione Sovietica ha lasciato migliaia di persone senza nulla, che si guardavano intorno senza capire cosa fosse successo. E, abituate a seguire ordini e direttive, non sapevano pensare da soli. Non solo pensare: agire. Dopo il crollo dell’URSS e, in alcune zone dell’Ungheria, molti di questi stabilimenti sono stati smantellati e privatizzati. E in molti si sono ritrovati senza un lavoro.
La Repubblica di Ungheria é nata nel 1989, quattro anni dopo la prima pubblicazione di “Satantango.” Nel 2025, l’autore ha vinto il Premio Nobel per “la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte.” Le sue parole, non solo quelle scritte, ma anche quelle dette ad alta voce, lasciano il segno.
“Una guerra sporca e corrotta si sta svolgendo davanti ai miei occhi. Il mondo sta iniziando ad abituarcisi. Io non riesco ad abituarmici. Sono incapace di accettare che ci siano persone che uccidono altre persone. Tutto questo accade mentre, nello spazio digitale, si diffonde una visione del futuro che promette che il terrificante e rapido progresso della tecnologia porterà presto un mondo nuovo e meraviglioso. Questa è pura follia,” ha detto Krasznahorkai durante un’intervista con The Yale Review.
Come dargli torto? Forse siamo tutti impazziti.
Credo che la deindustrializzazione sia un problema che riguarda anche noi. L’unica differenza che è in mondo di monopolio (lo Stato) le conseguenze sono più repentine e drammatiche. Quello che tu racconti in questo post ha riguardato la DDR circa 30 anni fa, la Ex Jugoslavia (dove ricordo un aneddoto che raccontava che se entravi in un ristorante i camerieri non ti servivano perché tanto era pagati cmq dallo Stato) e tutti i paesi dove in genere proliferava un diffuso assistenzialismo. La libertà è preziosa ma cmq ha un prezzo. Che diventa sempre più alto.
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Verissimo. In questo romanzo non esiste speranza e penso che, al di fuori della storia in sé, sia come si sono sentiti l’autore e tanti altri quando tutto é cambiato, lasciandoli a piedi.
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