Il mondo in un giorno

Parte I – La Fuga

L’aria fresca di aprile gli pizzica i baffi. Arriccia il naso rosa e fa un piccolo starnuto, quasi grazioso: non é abituato a sentire la brezza, che gli spettina il lungo pelo candido. Strizza gli occhi rossi al sole, che lo sta accecando. É abituato al buio e, per un attimo, vede tutto bianco. Esitante, riapre gli occhi e vede le spighe che si muovono al vento e la polvere che si alza in mulinelli. Aguzza le orecchie cercando di individuare i rumori che lo circondano. Tutti sono nuovi e tutti arrivano all’improvviso, travolgendolo. Sente l’acqua del fosso che si increspa, l’erba che si muove come in una danza e il burbero motore di un trattore. Abbassa le orecchie e chiude gli occhi, cercando di calmare il piccolo cuore che sta per esplodere. Al buio, riesce a individuare gli odori. Sente la puzza della tanica di benzina dimenticata in un angolo, che qualche sbadato ha lasciato sotto il sole. Sente l’odore del mangime, che sa di cartone e disperazione. Sente l’odore del sole, dolce come lo zucchero.

Riapre occhi e orecchie quando sente il rumore di un furgone che si avvicina, un vecchio Fiat Ducato bianco che, con il tempo, é diventato grigio. Non c’é tempo da perdere: deve nascondersi. Non é più abituato a correre e si trascina dietro a dei sacchi di mangime puzzolenti. Si acquatta all’ombra, sperando che il suo pelo bianco non si veda. Passi pesanti si avvicinano, ma non lo vedono. Si fa ancora più piccolo contro i sacchi di plastica e sente delle voci umane che si allontanano. É da solo e ha sete. Lentamente, si incammina verso il fosso dove ha sentito l’acqua, ma é troppo profondo. Non sa nuotare, o forse sí, non ne é sicuro perché non ci ha mai provato. Cercando una pozza da cui bere, si addentra tra le viti verdi, ancora senza grappoli. Si muove lentamente tra i filari, cercando di non tagliarsi nei sassi appuntiti o nei fili di rame dimenticati dai contadini. Intento a cercare l’acqua, non si accorge delle due lepri grigie che lo fissano, curiose e confuse.

Sono una giovane coppia di lepri selvagge che giocano ad inseguirsi tra i filari e i campi, attente ad ogni dettaglio fuori posto. Come quel batuffolo bianco, che vaga da solo con uno sguardo impaurito. Minuscolo nell’erba alta, si deve essere perso. Forse viene dall’allevamento lí vicino, quello che emana una puzza per chilometri. Quell’allevamento che é talmente silenzioso da sembrare spettrale e vuoto. Poi, all’improvviso, si sentono allarmi e grida, le grida di centinaia di conigli bianchi che sanno cosa sta per succedere e non possono evitarlo. Quelle grida spaventano le lepri, che sanno di doversi tenere alla larga da quel luogo di sofferenza.

Dopo un’ultima occhiata curiosa, le due lepri continuano la loro corsa verso il fiume. Il piccolo batuffolo bianco si accorge di loro solo quando sono troppo lontane. Stringe gli occhi disperato e, se avesse ancora lacrime, piangerebbe. Se avesse ancora fiato per gridare, griderebbe.


Ha ancora sete, tanta che sta pensando di tornare indietro, di tornare dentro. Ma sarebbe uno sbaglio, un vero e proprio suicidio. Aguzzando le orecchie, sente il rumore di acqua corrente. Lo segue saltellando, ora che le sue zampe anchilosate si sono nuovamente abituate al movimento. Trova una canaletta con una bella crepa, che forma una pozza di acqua fresca e cristallina. Beve avidamente quell’acqua dolcissima che riflette le cime verdi dei faggi e il cielo azzurro senza nuvole. Sulla superficie, vede anche il suo riflesso, per la prima volta da quando ha memoria. Si guarda intensamente e sa che qualcosa in lui non va. Il pelo é cosī bianco che sembra riflettere la luce e gli occhi sono rossi come le fiamme alte e selvagge di un incendio. Quelli stessi occhi rossi hanno spaventato un giovane capriolo che stava per saltare la canaletta. Quando li ha visti, quegli cosí rossi che non esistono in natura, si é fermato terrorizzato. Il suo branco é giá arrivato al fiume e lui deve saltare. Ma se quell’essere fosse pericoloso? Potrebbe fargli male, con quegli occhi rossi da spirito maligno, come gli spiriti che si nascondono nei boschi e che, con un semplice bam, hanno portato via il nonno. Spiritelli che gridano e corrono nella campagna, che li rincorrono nel greto del fiume, che li intrappolano tra i tronchi e i rami morti. Sua madre gli ha detto di fare attenzione a quegli spiritelli e ora potrebbe averne uno davanti, che lo fissa con degli occhi innaturali.

Il batuffolo bianco é paralizzato dalla paura. Quel coso alto e magro lo sta fissando, con i peli rizzati come una minaccia. I due annusano l’aria e rizzano le orecchie, ma tutto intorno a loro é silenzioso. Forse ha sete, pensa il piccolo batuffolo, e gli fa posto vicino alla pozza, timidamente. Tanto quel coso non può essere peggio degli esseri umani che, ogni giorno, si avvicinano alla sua gabbia di metallo per portare via uno dei suoi vicini o dei suoi compagni. Nessuno di loro é mai tornato, ma gli umani tornano puntuali, come una disgrazia inevitabile. Quella é l’unica certezza che il coniglio bianco ha, chiuso da sempre nella sua gabbia, da cui vede il cielo attraverso uno spicchio di finestra sporca.

Il capriolo si avvicina all’acqua e a quel coso buffo, annusandolo con attenzione. Beve un sorso, guardando con la coda dell’occhio il piccolo coniglio bianco, che non si muove. Beve un altro sorso, tenendo d’occhio il batuffolo dal riflesso sull’acqua. Non si muove. Ora beve con foga, senza preoccuparsi. Con una goccia che li cade sul mento peloso, guarda il coniglio dagli occhi rossi e gli fa un sorriso. Strofinano i due nasi e muovono le orecchia in segno di riconoscimento. Amico. Con un ultimo sorriso, il giovane capriolo riparte verso la sua famiglia, lasciando il coniglio di nuovo da solo.

Ha fame. Tanta fame.



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