Lapvona di Ottessa Moshfegh, quando il dark diventa trash

Amo i libri dark, quelli grotteschi e i thriller che tengono con il fiato sospeso. Per questo motivo ero convinta che avrei amato “Lapvona” di Ottessa Moshfegh. Un villaggio medievale, un signore perfido e una maledizione che sembra aleggiare su ogni personaggio. Grottesco? Ci sto. Sanguinario? Perché no? Eppure, penso ci sia un limite a tutto e che il confine tra un libro dark e uno decisamente trash sia davvero minimo. Questo romanzo dell’autrice americana ne è la prova lampante.

Un inizio promettente nel degrado medievale

La storia si sviluppa seguendo il ritmo delle quattro stagioni, da un’estate di totale siccità fino a un autunno di drastici cambiamenti. Il degradato villaggio medievale di Lapvona è il centro di ogni evento: qui i personaggi crescono, si incontrano e si scontrano.

Al centro della trama c’è la storia di un padre e un figlio, Jude e Marek. Definire la loro una famiglia “disfunzionale” sarebbe un eufemismo. La relazione tra i due si basa esclusivamente sul timore di Dio. Non esistono affetto, comprensione, abbracci o storie della buonanotte. Nella loro misera baracca, circondata solo dai pascoli per gli agnelli, la penitenza e la punizione corporale sono all’ordine del giorno. Forse la colpa è della totale assenza di una figura materna che possa tenere insieme questi due uomini che quasi non si riconoscono.

In questo borgo medievale sembrano tutti estranei. I banditi derubano i contadini senza pietà e il signore del Castello, Villiam, è una presenza onnipresente ma invisibile per i suoi sudditi. Villiam è forse uno dei personaggi più riusciti: snob, disinteressato e incarnazione della perfidia pura. Non gli importa di niente e di nessuno; vuole solo vivere nel lusso del suo castello senza essere disturbato, circondato da servitori ai suoi piedi e spalleggiato dall’inetto prete Barnaba.

In questa storia della Moshfegh è impossibile provare empatia. Anche Marek, che all’inizio potrebbe ispirare un briciolo di simpatia, si rivela presto una presenza oscura. Ogni abitante del villaggio simboleggia il lato più becero e oscuro dell’essere umano. Non c’è spazio per la compassione o per l’amore: i personaggi sono vendicativi, violenti ed egoisti. Dei veri “cattivi” senza alcuna possibilità di redenzione.

Cosa non mi è piaciuto di Lapvona: dallo psicologico allo splatter

Mentre leggevo il capitolo “Autunno”, a un certo punto mi sono stufata. Mi sono stufata di un grottesco scritto solo per fare sensazione, quasi come se fossimo sulle pagine di un giornaletto di gossip macroscopico. La mia impressione è che la storia cerchi di essere dark senza un vero scopo profondo, e che la Moshfegh abbia spinto sull’acceleratore solo per scandalizzare il lettore.

Le scene violente e oscure si susseguono a ripetizione, ma rimangono fini a se stesse. Non c’è la tensione dei migliori horror psicologici, ma solo la sgradevolezza dei film “splatter” più commerciali, quelli macabri e raccapriccianti che puntano tutto sul disgusto visivo per sconvolgere chi guarda.

Non ho nulla contro lo splatter in sé, ma voglio poter scegliere quando consumare storie del genere. Per me, “Lapvona” scivola inevitabilmente in questa categoria e difficilmente qualcuno potrà convincermi del contrario. Io cercavo una bella storia grottesca e disturbante; se avessi voluto solo sangue e assurdità gratuite, avrei semplicemente aperto Netflix.



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