Macellaio di Joyce C. Oates, una storia di violenza medica scritta come un saggio noioso

Avevo già provato a leggere Joyce Carol Oates qualche anno fa, prima con Sorella, mio unico amore (ispirato al caso di JonBenét Ramsey) e poi con Una famiglia americana. In entrambi i casi lo stile non mi aveva convinta e avevo abbandonato la lettura. Eppure, quando ho letto la trama di “Macellaio”, l’ultimo romanzo dell’autrice americana, mi sono fatta tentare di nuovo.

La storia promessa era irresistibile per chi, come me, ama le atmosfere cupe: nel 1836 il dottor Silas Aloysius Weir, un uomo misogino, insicuro e malato di potere, viene assunto in un istituto psichiatrico del New Jersey. Lì inizia a usare donne povere, vulnerabili e dimenticate dalla società come vere e proprie cavie umane, venendo persino celebrato come il “padre della Gino-Psichiatria”. A fare da controcanto alla sua follia c’è Brigit Kinealy, una giovane serva irlandese che diventa il suo principale soggetto sperimentale ma anche l’unica capace di contrastare il suo dominio di terrore.

Premesse magnifiche, un personaggio realmente esistito e tematiche forti come la violenza e la paura: Macellaio aveva tutte le carte in regola per far diventare la Oates una delle mie autrici preferite. Eppure, le cose sono andate diversamente.

Un terreno fertile per un sadico

La storia del dottor Weir è una di quelle che meritano di essere raccontate, se non altro per mostrare il ritratto ravvicinato di un sadico arrogante che maschera le proprie paure con la crudeltà. Silas ha un obiettivo chiaro: il successo e la reputazione scientifica a discapito delle sue pazienti. Pazienti che la società dell’Ottocento ha etichettato come “difettose” solo perché osavano alzare la voce, ribellarsi ai mariti o perché erano semplicemente serve sole e indifese. In un contesto simile, dove le donne non contano nulla, un uomo del genere trova il terreno perfetto per i suoi grotteschi esperimenti.

Quando lo stile spegne la storia

Il vero problema del romanzo risiede nella struttura e nello stile di scrittura. La vicenda ci viene raccontata dal figlio di Silas Weir, il quale ricostruisce la vita del padre unendo le testimonianze di chi lo ha conosciuto ai diari personali del medico. Se le testimonianze esterne risultano vivaci e interessanti, le pagine del diario di Silas sono di una piattezza disarmante.

Il medico parla della sua noiosa vita coniugale e delle sue mostruose operazioni chirurgiche con lo stesso tono distaccato e monocorde. La scrittura, che in un romanzo del genere dovrebbe vibrare di tensione psicologica, si rivela piatta e pesante. Mi è sembrato di leggere un saggio accademico o la biografia scritta da un professore stanco e pretenzioso, piuttosto che un romanzo di una delle autrici più acclamate del nostro secolo.

Ho sperato fino all’ultimo che il ritmo cambiasse con l’avanzare dei capitoli, ma non sono stata accontentata. Alla fine ho dovuto arrendermi e chiudere il libro prima del tempo. Un altro DNF (Do Not Finish) da aggiungere alla mia lista, che va a fare meritata compagnia a Il giorno dell’ape e Il canto della cicogna e del dromedario. Penso di poterlo dire ormai con assoluta certezza: io e Joyce Carol Oates non siamo proprio compatibili.

E voi, conoscete i libri di questa autrice?

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