Ovviamente, ho visto il film. Chi non ha visto il film? “The Revenant” (2015) con Leonardo DiCaprio è uno dei film più crudi di sempre, un western con cacciatori di pellicce, animali selvaggi e uomini ancora più selvaggi. Ora, ho letto anche il libro pubblicato da Michael Punke nel 2002. La sensazione è stata diversa e, per una rara volta, non sono sicura che il libro sia più bello del film. Ecco: ora l’ho detto.
Cosa mi è piaciuto di Revenant
Sono un amante dei libri western: ormai questo non è un segreto. La saga “Lonesome Dove” di Larry McMurtry è uno dei miei preferiti ed, ultimamente, ho amato molto “Selvaggio Ovest” di Daniele Pasquini. Quindi, aveva senso provare a leggere uno dei tanti libri di Michael Punke, un autore western popolare ed apprezzato. Ho iniziato la mia lettura da “Revenant” più per colpa del film che per altro.
All’inizio, la storia mi è piaciuta. Certo, a tratti è molto descrittiva ma, proprio per questo, riuscivo ad immaginare questi uomini al freddo, braccati dagli indiani, mentre cercavano di fare fortuna in una terra inospitale e sempre più fredda. L’inverno sta arrivando e stanno arrivando anche i nemici. Ma è un orsa ad avere la meglio su tutti e su Hugh in particolare. Un’orsa, una mamma protettiva che ancora non sa che deve avere paura dell’uomo. Un’orsa, condannata ancora prima di dare la prima zampata.
Da qui, inizia la storia di sopravvivenza e di vendetta di un uomo solo che, nel suo cammino, riesce anche a trovare chi l’aiuta e chi lo cura. Nell’America giovane del West ci sono serpenti, fiumi gelati, avamposti militari abbandonati e, soprattutto, ci sono uomini annoiati, alla ricerca di denaro facile. Che facile non è, come scoprono presto. Tutto questo mi è piaciuto: mi è piaciuto vivere quelle terre che non possono nemmeno immaginare. E mi sono piaciuti quegli uomini così spietati, disposti a tutto pur di farcela in una nazione che ancora non esisteva.
Cosa non mi è piaciuto
Ammetto che ho fatto fatica ad arrivare alla fine e che ho saltato alcune pagine, come quelle in cui Punke descrive con penosa dovizia di dettagli come Hugh riesca ad accendere un fuoco. A tratti, mi è sembrato di leggere un manuale di istruzioni. Invece, il finale non aveva la stessa forza dell’inizio del libro. Il momento della resa dei conti non è mai davvero arrivato e mi ha lasciato con l’amaro in bocca. In fondo, questa non è una biografia, ma un romanzo western.
Avete mai avuto la sensazione che un autore stesse “allungando il brodo”? Con il finale di “Revenant,” mi sono sentita esattamente così. Darò comunque un’altra opportunità a Punke e penso di riprovare con “Il crinale,” considerato uno dei western imperdibili.
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