Anna si sentiva prigioniera del caldo soffocante e persino dell’incessante vocio del dialetto, una lingua che a lei sembrava ancora del tutto inafferrabile, con tutte quelle U finali e le Z che sbucavano fuori nei punti più impensati.
Questo non è il Salento dei nightclub, delle folle oceaniche di turisti e dei menù tradotti in inglese. Quello dipinto da Francesca Giannone è il Salento che, a partire dagli anni Trenta (momento in cui si apre la nostra storia) vive sulla propria pelle la miseria, la paura della seconda guerra mondiale e l’incertezza profonda di un’Italia intera tutta da ricostruire.
Il fascino intramontabile della provincia immobile
L’aspetto che ho preferito in assoluto in questo libro è proprio la descrizione magistrale del territorio pugliese, seguendo un arco temporale che attraversa ben tre decenni. Mi è sembrato di camminare tra quelle strade polverose, di esplorare i vicoli bui dei piccoli borghi senza illuminazione e di percepire l’odore del mare che, sollevando appena il naso all’insù, si sente sempre nell’aria.
È un Salento che si muove a un ritmo lento, quasi ancestrale, dove le giornate si ripetono tutte drammaticamente uguali a se stesse: Agata cucina instancabilmente lo stesso pasticcio di carne, la domenica mattina la messa è un appuntamento sociale a cui non si può mancare e d’estate ci si riversa tutti sulla stessa identica spiaggia, ammassati gli uni sugli altri come sardine. I bambini frequentano la scuola con pigrizia e la maggior parte si ferma alla licenza media; l’idea stessa del liceo appare come un traguardo irraggiungibile.
Questo è il Sud profondo in cui una straniera del Nord non verrà mai accettata del tutto, nemmeno dopo trent’anni di convivenza.
Quando la lentezza della provincia diventa noia narrativa
Se l’ambientazione è da dieci e lode, purtroppo non posso dire lo stesso dello sviluppo narrativo. Per quanto mi riguarda, la tipica lentezza della provincia salentina si è riflessa fin troppo sulla trama stessa del romanzo. La noia delle giornate tutte uguali si è trasformata nella noia di un libro che parte con ottimi presupposti, ma che poi prosegue in modo piatto ed estremamente lineare.
La premessa iniziale, quella di una donna fiera e ligure che si trasferisce nel paesino di nascita del marito, era davvero interessante, ma non viene mai sviscerata a dovere. Lei rimane “la straniera” per tutta la durata del libro, e l’autrice sembra accontentarsi di questa etichetta senza scavarci dentro. Ho avvertito la forte mancanza di un vero conflitto drammatico. Inoltre, lo devo dire: il personaggio del marito, Carlo, è di un’insipidità disarmante.
Il finale, nell’arco di pochissime pagine, riesce finalmente a regalare qualche emozione autentica. Peccato solo che la storia si interrompa bruscamente proprio sul più bello, lasciando il lettore con un pugno di mosche e senza risposte sul destino dei comprimari più interessanti, come Lorenza e Agata. Un’occasione decisamente sprecata.
Lascia un commento