I mattoni, quei libri da più di 600 pagine, densi e pesanti, non mi hanno mai spaventato. Anzi, se chiedete ai miei genitori, vi diranno che più un libro pesa, più mi interessa. La loro mole non mi spaventa e, spesso, questi titoli sono dei veri e propri fiumi in piena capaci di travolgermi. Mi é successo con “Shantaram” (che non vedo l’ora di rileggere) e con “Notre-Dame De Paris” di Hugo, che ha uno dei finali che mi hanno fatto piangere.
Ultimamente, ho provato le stesse sensazioni con “Tattoo” di Earl Thompson, un romanzo monumentale da divorare con ore ed ore di lettura, meglio se con la luce soffusa.
Nonostante il numero impressionante di pagine, la scrittura è scorrevole e magnetica, tanto che la vita del protagonista Jack scorre senza noia e sbadigli. Thompson ha una capacità unica di incollarti alla pagina, trascinandoti dentro le miserie e le rinascite del suo protagonista.
Un bambino che gioca a fare la guerra
Il vero cuore del romanzo è Jack, un adolescente di 15 anni che definire sfaccettato sarebbe riduttivo. All’inizio della sua epopea non è altro che un bambino costretto dalle circostanze e da un’ America povera e spietata a giocare a fare la guerra e a fare l’adulto, in un mondo che non ha spazio per giochi e montagne russe. Jack vive in una realtà di espedienti, tra la strada, la marina e i bassifondi di Wichita, cercando di ritagliarsi un posto in un contesto che non fa sconti a nessuno. Lo seguiamo passo dopo passo mentre cerca di costruirsi una corazza per sopravvivere, ma senza che nessuno gli abbia mai insegnato come si fa.
Il marchio della povertà: una famiglia senza parole d’amore
Non manca il dolore, in questa storia dell’America proletaria, la stessa descritta da John Steinbeck in “Furore.” A distanza di più di 30 anni, i due autori parlano di una nazione intrappolata nel razzismo e nelle classi sociali, nello squallore senza via d’uscita. Ma, nei due libri, il ruolo della famiglia è completamente diverso. Se, nel romanzo di Steinbeck, i Joad rimangono insieme nonostante tutto, si amano e litigano, nel romanzo di Thompson la famiglia di Jack contribuisce al problema.
All’interno del trailer dei nonni, si respira un’aria pesante e priva di calore. É un’aria che puzza di vecchiaia, aspettative disattese e di amarezza. Jack è stato adottato da piccolo, ma da loro non riceve mai abbracci o carezze. I nonni materni sono persone incapaci di rivolgergli una bella parola, un complimento o un briciolo di conforto. Non c’è spazio per la tenerezza in una casa dove c’è a malapena spazio per dormire e per cucinare. A questo si aggiunge la madre biologica del ragazzo, una donna egoista che vede il figlio non come una persona da amare, ma come una risorsa da sfruttare ogni volta che le fa comodo, sia per amore che per denaro.
Questo deserto affettivo è il vero motore della povertà descritta da Thompson: quando si è costantemente impegnati a sopravvivere alla miseria quotidiana, l’empatia e la dolcezza sembrano quasi diventare un lusso che nessuno può permettersi. Jack cresce così, emotivamente denutrito, dovendo fare affidamento solo sulle proprie forze.
Le contraddizioni dell’adolescenza: tra maturità e ormoni
Jack cresce nel vuoto, ma non si rassegna. Ha intenzione di fare di tutto per uscire da quel tunnel, tanto da mentire per arruolarsi in marina. Per lui, la guerra é la sua rivalsa sul mondo che lo rifiuta, il suo modo per costruirsi un vero futuro. Jack é pieno di contraddizioni e non é un eroe stilizzato o idealizzato. Il giovane protagonista ha dei momenti di maturità e di freddezza impressionanti per la sua età, in cui dimostra un istinto di sopravvivenza e una lucidità quasi spietati di fronte ai drammi della vita, forgiati proprio dall’assenza di un paracadute familiare.
Un attimo dopo, però, l’autore ce lo mostra per quello che è realmente: un adolescente perennemente arrapato, guidato dagli ormoni e dai desideri tipici della sua giovinezza. Questo contrasto continuo tra la durezza dell’adulto e l’immaturità dell’adolescente rende Jack un personaggio meravigliosamente vero, umano e tridimensionale.
Il romanzo “Tattoo” è un viaggio lungo, a tratti sporco e privo di filtri morali, ma così potente che una volta finito si avverte la mancanza di quel ragazzino e della sua perenne lotta contro il mondo.
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