L’aria é immobile e pesante. Non si muove nemmeno un filo dell’erba, che è secca e tagliente. Le cicale accompagnano i miei passi come un coro fastidioso, dalla nota troppo alta. I grilli saltellano da uno stelo all’altro, il loro é l’unico movimento in questa domenica estiva, che sembra immobile nel tempo.
Dai cespugli di lavanda arriva un profumo dolce, che mi ricorderà per sempre mia madre e i suoi bouquet di fiori secchi, appesi a testa in giù per settimane in ogni angolo della casa. La mente selvaggia, pianta invasiva che cresce e si espande nell’orto, mi fa pensare al mojito che nessuno mi ha preparato, ma se ci penso abbastanza intensamente, magari si materializza nella mia mano.
Mi entra l’ennesima spina nelle ciabatte di plastica arancione, che dovrei buttare via. É una spina lunga di un’albero di acacia, che ha smesso da mesi di fiorire. Ora non restano che le foglie verdi e folte e queste maledette spine, che sembrano poter trapassare qualsiasi corazza. La lancio tra le spighe di mais, che sono già alte più di me, ancora verdi, anche se alcune foglie si stanno seccando sulle punte. Passando vicino al campo, faccio attenzione alle ortiche, che sono alte quasi quanto il mais. Non sono fastidiose come una spina conficcata nel piede, ma preferisco mantenermi alla larga.
Il melo mi guarda sconsolato. Non cresce da anni e le sue mele sono sempre piccole e storte, bitorzoli pieni di macchie e buchi. Vicino al melo, il pesco ha dei frutti minuscoli che promettono bene, anche se rimaranno duri, non importa quanto tempo avranno per maturare sul ramo.
Un’altra spina mi trafigge il piede e si prende un’imprecazione, una sola parola che pesa sull’aria torrida.
Evitando un altro cespuglio di ortiche, tocco il tronco di un gelso massiccio, piantato sul terreno con radici possenti. Nei suoi anfratti si nasconde uno scoiattolo rosso che, nel profondo dell’albero, ha trovato riparo. Il gelso é come una scultura di corteccia e linfa, con rughe profonde che segnano lo scorre del tempo, le piogge che l’hanno scalfito e i raggi di sole che l’hanno scolorito. Guardo in alto, cercando lo scoiattolo, ma tutto quello che vedo tra i rami é un cielo azzurro, senza una nuvola in vista.
Con una manata sul polpaccio stermino una zanzara e sposto la testa giusto in tempo per evitare una ragnatela enorme, con un ragno avviluppato al centro, con sfumature di giallo sul dorso.
L’acqua scorre limpida e ghiacciata nella canaletta e sta bagnando il campo di mais. Con la coda dell’occhio, vedo il bagnino ripartire sul suo Ciao bianco, senza casco, per andare a controllare l’acquedotto. Più si allontana, più il rumore del Ciao mi ricorda un tafano, finché non rimane che il rumore dell’acqua, che scorre veloce trascinando con sé foglie secche e petali caduti. Nel silenzio della campagna, immergo i piedi nella canaletta ed é un sollievo dal caldo e dall’umidità.
Lava via il bruciore delle spine, il prurito delle zanzare e quelle due parole rimaste sospese nello studio del medico: cellule dubbie.
L’acqua lava via tutto e chiudo gli occhi quando la prima brezza accarezza le foglie del bosco. Respiro, senza fretta. Prima di vederlo, sento il mio cane arrivare, veloce e ancora cucciolo, anche se ha 6 anni. Si lancia nella canaletta, un salto agile nell’acqua fredda. Mi inzuppa dalla testa ai piedi.
Rido, senza ansia. Chissà se lo scoiattolo uscirà dal suo nascondiglio.
Parlando di acacie..
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