Quanto é cruda la provincia italiana? Quella profonda, circondata da polvere, afa e da amori impossibili. Chi vive in provincia ha conosciuto un Graziano, un Pietro e una Flora. Il primo é l’eterno immaturo del paese (nel caso del romanzo di Ammaniti, Ischiano Scalo), quello che a 40 anni gira ancora una botte di vino sul retro dell’Ape Piaggio. Tutti conoscono un Pietro Moroni, un adolescente arrappato, circondato da adulti che lo ignorano, invisibile a quelli della sua etá. Poi c’é Flora, la professoressa di paese, sola e con una madre che dipendente completamente da lei. E infine Gloria, l’adolescente sorridente, la grande cotta di Pietro.
Tra amori impossibili e violenza, “Ti prendo e ti porto via” di Ammaniti é lo spaccato di una provincia che si disprezza, ma non sa come uscire dal tunnel buio. Delle persone che vogliono cambiare ma non trovano la forza per farlo.
Le due storie d’amore (se cosí si possono chiamare) sono quelle tra Pietro e Gloria e Graziano e Flora. La prima cotta dell’adolescente, quasi un amore infantile, dove tutto é perfetto, il mondo una delicata nuvola rosa. E l’amore adulto, quello fatto di persone che si sono giá scontrate con la realtá. Non sono più adolescente pieni di ideali, pronti a prendere il mondo per le corna. No, Graziano e Flora sono due adulti che, ammettiamolo, non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Lei la classica zitella di paese, non per scelta, ma per obbligo. Lui, quello che torna dopo anni lontano da casa, pieno di fanfara ma con poco da mostrare. Quando incontra questa donna sola, Graziano trova una vittima, non una compagna di vita.
Il romanzo di Ammaniti é crudo e spietato e un evento drammatico ne determina il finale, un finale che lascia l’amaro in bocca. Un finale inevitabile ma che non per questo fa meno male. Cosí come fa male come, pur volendolo e pur provandoci, fuggire da quella provincia grigia sia impossibile. Non c’é possibilità di salvataggio per nessuno a Ischiano Scalo. Il degrado, lentamente e inesorabilmente, ammanta ogni cosa. Quando si capisce il titolo (solo all’ultimissima pagina), questo romanzo fa ancora più male.
Nei personaggi dell’autore italiano, ho riconosciuto uomini e donne con cui sono cresciuta. Ho riconosciuto i pettegolezzi, la solitudine e la polvere. Ho ritrovato la mia prima cotta, non tragica come quella di Pietro, ma totale come la sua, il mio lume di speranza ogni volta che andavo a scuola. Ho ritrovato gli uomini alcolizzati, che passano le giornate in osteria, anestetizzati a tutto quello che gli succede intorno. E ho riconosciuto la donna sola, oggetto di malelingue, che entra in una spirale di depressione senza uscita. La provincia di Ammaniti é un po’ anche la mia.
La forza della provincia era una certa spavalderia, un non prendere niente sul serio che non sia il proprio perimetro esistenziale, una certa arroganza che però strizzava l’occhio alla gioia di vivere. Una volta scomparsa questa goliardia che resta? Il grigio dei capannoni, la mancanza di orizzonti oltr e il quotidiano, la tristezza di una geometria segnata dall’insignificanza. Ma noi, dopo 40 anni di provincia, cosa siamo? Siamo diversi da tutto quello che abbiamo criticato, contestato, odiato? Forse si ma non riusciamo a trovare un modo per esprimerlo, per gridarlo agli altri. E allora ci restano sono i romanzi sul nostro fallimento.
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