Per chi suona l’armonica

L’ho trovata per sbaglio. Stavo pulendo un cassetto che pulivo da tempo. Dentro ci ho trovato cavi e cavetti di telefoni che ho buttato da anni, copie di curriculum di quando avevo 16 anni e carte di briscola spaiate. C’erano documenti di un conto bancario che non esiste piú, graffette che quando le cerco non trovo mai e una lente d’ingrandimento verde che mio padre usava quando si ostinava ancora a non mettere gli occhiali. Poi ho trovato una scatola di cartone blu e verde. Una scatola per cucitrici Zenith con ben 10.000 punti metallici in acciaio zincato. Non sapevo se la cucitrice c’era ancora, ma valeva la pena tenere i punti, nella classifica filosofia del “non si sa mai.” Poi ho aperto la scatola, l’articolo 130/Z made in Italy, e ci ho trovato dentro un’armonica a bocca.

Golden Melody M. Horner Made in Germany. 10 fori per le note, in ottone e acciaio inossidabile. Con una gamma tonale di 3 ottave, di genere diatonico e con messa a punto Richter. Graffiata sulla superficie e sporca, ma ancora accordata. Cosa ci faceva dentro una scatola di punti per cucitrici Zenith? Com’era arrivata nel mio cassetto?


Mio nonno era un uomo grande e grosso, robusto, con un bel faccione gonfio e una pancia ancora più gonfia. Aveva dei baffoni grigi che pettinava all’ingiù e che gli davano un’aria ancora più seria. La fronte alta e gli occhi piccoli, mio nonno era un uomo impossibile da ignorare. Non ho molti ricordi di lui, che se n’é andato quando avevo 7 anni, ma mi ricordo la sua figura imponente mentre sale le scale strette di casa, arrabbiato. Era un uomo arrabbiato, un contadino fino al midollo, che lavorava nei campi tutto il giorno per poi andare in osteria la sera. Era un uomo con una voce tonante e cupa, un’equilibrio quasi perfetto con quella di mia nonna, alta e stridula. Sentirli litigare, e litigavano molto, significava sentire due voci che si scavalcavano senza ascoltarsi, due note diverse che non erano mai in armonia.

Me lo ricordo, il nonno, girare le spalle per andare in camera da letto, al piano di sopra. E lasciare lei in cucina a parlare da sola, finché le sue parole si spegnevano e lo guardava salire le scale di legno in silenzio, la schiena curva.

Non mi ricordo di aver sentito il nonno suonare la sua armonica Golden Melody M. Horner, ma deve averlo fatto. Deve averla tirata fuori dalla sua custodia rossa in pelle, che magari teneva sul comodino, vicino agli occhiali e alle pastiglie per la digestione. E, preso un bel respiro, iniziava a suonare, lasciandosi trasportare dalle note.

Ogni armonia gli ricordava quando aveva conosciuto la nonna in una balera, una ragazza alta e magra, con dei bigodini neri neri. Nervosa e sicura di sé, il nonno l’aveva notata subito e si era avvicinato per chiedere un ballo, la grande mano tesa verso lei, il capo un po’ chino, ma con l’occhio sveglio che la controllava. Tra una nota e l’altra, con gli occhi chiusi, si ricorda la sua Ines che non aveva il senso del ritmo, ma che sorrideva ad ogni passo. Risente la polka che suona, quando le prende la mano per la prima volta.

Riapre gli occhi e la sua Ines non c’é più. Vede una donna, sempre alta e magra, che gira il ragù nella pentola, con un grembiule allacciato stretto in vita. Il nonno fa un ultimo respiro e mette l’armonica in tasca.

“Esco,” dice andandosene nella nebbia.


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2 pensieri riguardo “Per chi suona l’armonica

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  1. Mi è affiorato un ricordo di un vecchio signore che suonava il violino. Non era mio nonno, ma uno del paese. Persona burbera, ignorante, vecchio stampo, ma quando suonava cambiava in lui fino la fisionomia del volto. Come se le note aprissero ad una sorta di rivelazione. Questo dobbiamo cercare, i violini, le armoniche, non solo nella natura, ma anche nelle persone. Soffi di epifanie.

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