Il nuovo vicino di casa

Colate di cemento grigio che, sotto la pioggia, é ancora più grigio. Colonne alte e robuste, forti per reggere il peso di un tetto liscio e piano. Le dimensioni sono enormi, le colonne sono più imponenti, i pavimenti di cemento sono più freddi e le prime porte montate sono ancora più spesse. Nel cantiere, girano ruspe, gru e uomini in giacca e cravatta con cartelline in mano, dove annotano numeri e dati. Le segretarie li seguono a passi svelti, con i tacchi che risuonano in questo spazio vuoto, dove una volta c’era un prato incolto. Tic tic tic. I loro tacchetti battono sul cemento con grazia.

Non sanno che, alla loro destra, una volta c’era una casa a due piani, dove vivevano ben tre generazioni della famiglia Brussa. I nonni al piano terra, dove non c’erano scale, da dove potevano tenere d’occhio le galline che razzolavano come delle mucche al pascolo. Il figlio con la nuora al secondo piano, dove lei poteva cucinare in santa pace sulla sua isola di marmo e i nipoti all’ultimo piano, più una mansarda che un vero appartamento, ma a loro due non importa. Da lí sopra, possono far finta di essere adulti. Alla sinistra del cantiere, c’era un boschetto naturale con acacie, aceri e gelsi dove si rintanavano scoiattoli e picchi dalla codina rossa. Quella segretaria silenziosa e obbediente, ormai vede solo le rovine della casa, che le ruspe devono finire di buttare giù. E vede solo cemento, dove una volta c’era il boschetto. La famiglia Brussa non ha potuto nulla contro gli avvocati e i legislatori e ora si trova in un appartamento in cittá, tutti stipati come sardine, senza le galline o una finestra sui campi di mais e soia.

Le segretarie, con i loro tacchetti eleganti in vernice nera, vedono solo lo spazio. Gli uomini con le cartelline contano solo quanti muri mancano e cercano di anticipare i tempi, tagliando qualche fornitura qua e qualche paletto burocratico lá. I lavori procedono stranamente veloci, con le ruspe che sembrano non fermarsi mai e gli operai che camminano con passo spedito nei 50mila metri quadrati del cantiere, tutti con le pettorina gialla e il casco bianco. Stanchi dopo otto ore di lavoro, accettano gli straordinari in silenzio, chiamano a casa per avvertire che faranno tardi.

Dentro i muri che sono giá in piedi, gli uomini passeggiano per i corridoi, controllando connessioni, fili e spazi. Le porte saranno tutte rafforzate, con microfoni, telecamere e serrature elettroniche. Le finestre devono essere tutte sbarrate ed ermetiche, meglio se con i vetri giá sporchi cosí ai carcerati non vengono strane idee. Eccolo qui il nuovo carcere, la trappola per 300 persone che sentiranno rimbombare i tacchi delle segretarie, ma senza poterle vedere. Tic tic tic.

Da dietro un sacco sabbia, le due galline dei Brussa guardano il viavai di gente e macchine e non osano avvicinarsi. Dicono che le galline non siano un animale intelligente ma loro, dal nascondiglio sicuro, pensano che l’uomo sia quello poco intelligente, con le carceri italiane che hanno un tasso medio di sovraffollamento del 138,5% e ben 76 detenuti che si sono tolti la vita in un anno. Con un ultimo sguardo, le due galline si allontanano dal cemento. Coccodé.


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