Niente bacchette magiche, pentoloni con pozioni puzzolenti che ribollono e formule arcaiche da pronunciare ad alta voce. In questo romanzo della Hart, la magia deriva dalla natura e dalla connessione con la terra. Lo sanno bene le tre donne della famiglia Weyward, le protagoniste di “Weyward”, unite da un filo nei secoli: Altha (1619), Violet (1942) e Kate (2019). Tutte hanno il dono di poter comunicare con gli elementi, di farsi capire, senza dover parlare, da corvi, insetti e piante. Per questo, sono delle streghe. O forse sono solo delle donne che hanno sviluppato una connessione unica con il mondo che ci circonda che, lo ammetto, mi fa un pizzico di invidia.
Quando é uscito nel 2023, questo romanzo della Hart (che é anche il suo debutto) é stato un best-seller quasi istantaneo, amato da tutti e tutte, tradotto in trentatré lingue. Arrivo in ritardo, lo so, nonostante mi piacciano i temi come le streghe, gli spiriti e fantasmi. Se devo essere onesta, questo romanzo ha sempre attirato la mia attenzione, ma mai abbastanza da decidermi. Sicuramente, la storia é scorrevole, perché é scritta bene, senza paroloni e con uno stile pulito e diretto. Per questo, l’ho letto velocemente. Peró, ora che sono arrivata alla fine, sento che é mancato qualcosa. Grido anch’io (come tanti altri lettori prima di me) al capolavoro? Non credo, ma come romanzo di debutto, “Weyward” sa incuriosire e intrattenere.
I fili invisibili che legano le Weyward
Penso che la vera forza di questa storia siano i temi che legano le tre donne del romanzo e non intendo la magia o la forza che traggono dalla terra. Intendo i temi come l’abuso, la violenza e quella sensazione di sentirsi sempre fuori posto. Ognuna delle donne della famiglia Weyward ha vissuto un trauma. Chi ha affrontato la minaccia di un rogo, chi la minaccia di una societá sessista e chi la minaccia di una solitudine che schiaccia ed opprime. Come tante donne, ognuna di loro sa cosa significhi dover lottare ed aver paura di essere diverse. Non per la magia, ma per la forza. Le donne forti e indipendenti hanno sempre fatto paura, non solo nei romanzi: nella storia. Il romanzo della Hart si sviluppa in quattro secoli di stereotipi e pregiudizi e le tre donne dovranno trovare il modo di vivere, rispettando chi sono e cosa sono. Anche se questo significa reinventare la propria vita, tagliare i ponti con gli altri. Perché la libertá ha sempre un prezzo.
Alla fine di questa storia, tutto torna e tutto ha un senso. E penso che questo sia un altro pregio di “Weyward“: saper chiudere un cerchio. Non ci sono quesiti irrisolti o dubbi. Sappiamo come va a finire per Altha, Violet e Kate. E, per ognuna di loro, proviamo un sentimento diverso. Alla fine, per Altha ho sentito sollievo, per Violet tristezza e per Kate speranza. Comunque, loro sono le donne della famiglia Weyward: forti, coraggiose e magiche.
Strega. É una parola che sguscia dalla bocca come un serpente, gocciola dalla lingua densa e nera come catrame.
Sempre piaciute le streghe, nel senso di persone con grande conoscenza di natura ed elementi, questo libro mi era sfuggito. Aggiunto alla lista. Grazie 🙂
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Se ti piacciono le atmosfere più cupe, ti consiglio “Vardo dopo la tempesta”, che mi é piaciuto di più. Buona lettura!
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Sì, mi piacciono le atmosfere cupe e anche un po’ horror, alla Anne Rice per intenderci. Segno anche questo, grazie!
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Anche io l’ho letto tempo fa, e mi era molto piaciuto
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Sí, penso sia una storia che ha molti meriti. Non il mio preferito, ma come debutto é eccezionale.
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Pare che il successivo, “sirene” non sia altrettanto valido. Speriamo che l’autrice non si sia già “bruciata”
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Si, anch’io ho visto le stesse recensioni su Sirene. Infatti non ho nessuna fretta di leggerlo 😆
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Non è il mio genere, ma (almeno per quello che ne scrivi tu) la storia è interessante. Poi io ci andrei piano con la parola capolavoro che è diventato solo un brand per il marketing editoriale.
Me lo segno, se ho voglia di storie diverse.
Ciao
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Sí, non penso sia una lettura essenziale, ma un buon modo di staccare la spina. E hai ragione: ormai si usa la parola “capolavoro” per tutto.
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