Si ripara gli occhi dal sole cocente, che brucia la sua pelle ruvida e rugosa. Gli scende una lacrima, perché guardare quella luce fa male. Una goccia di sudore gli scende sul naso e la caccia via con un fazzoletto di cotone a quadretti, che non sa nemmeno quando ha lavato l’ultima volta. Il taglio sulla mano destra riprende a sanguinare, é più profondo di quello che sembrava a prima vista, dopo che se l’era fatto con la lama della falce. Lo tampona con il fazzoletto, ora sí che dovrá lavarlo. Lo appallottola e lo infila nella tasca dei vecchi pantaloni logori che una volta erano verdi ed ora stanno su da soli. Inaspettatamente, dentro la tasca trova una moneta delle vecchie dieci lire, con due spighe di grano e un aratro sul retro. Non valgono piú niente, sono rimaste in quella tasca per almeno 15 anni, sono l’immagine della sua vita. In mezzo al suo campo di grano, il vecchio contadino Elia tocca le spighe dorate, quasi taglienti, e cerca con gli occhi il suo setter maculato, Poldo. Sua nipotina gli ha dato il nome ed Elia si sente in imbarazzo ogni volta che deve richiamare quella palla di pelo bianca, ma senza di lui si sentirebbe solo in mezzo al campo. Peró vanno insieme dappertutto, anche se lui il cane non lo voleva, proprio no. Mai.
Mentre aspetta che Poldo torni dalla sua passeggiata, il vecchio contadino si tocca la barba ispida e grigia che, tanti anni fa, era folta a nera, un vero vanto in una famiglia di pelati. Deve rasarsi sennó chi la sente, la vecchia moglie Agnese? Per fortuna, non deve preoccuparsi di pettinarsi, dato i capelli sono caduti da molto tempo. Cerca un po’ di ombra tra le spighe, attento ad ogni rumore. Niente: non sente ancora la corsa rapida di Poldo, il rumore delle sue zampe mentre alza terra e sassi. Lo chiama una volta, svogliato: il caldo tra le spighe gli rende la testa pesante. Se tende l’orecchio verso est, riesce a sentire i rumori lontani delle auto che corrono sulla statale, spesso troppo veloci, soprattutto alla quando entrano in paese. Non rallentano nemmeno sul ponte stretto che attraversa il fiume. Una volta, Elia se lo ricorda, quel ponte era di legno, pitturato di verde dal bidello del paese, un ragazzo un po’ lento ma sempre sorridente. Prima o poi, qualcuno si fará male, su quella strada, pensa Elia.
Verso ovest, sente il rumore del bosco di pioppi, con le foglie delicate che seguono la brezza. Manca poco al momento in cui quei begli alberi alti e snelli vengano tagliati, per essere usati per fare mobili o pannelli. Dopo, quello spazio rimarrá vuoto, desolato e i picchi non avranno alberi dove fermarsi. A Elia mancherá quel bosco, che gli dava una sensazione di pace. I meravigliosi tronchi bianchi, quasi argento, sembravano risplendere sotto il sole, uniche macchie di colore nelle giornate di pioggia. Ogni tanto, durante le passeggiate all’alba con Poldo, passava tra i filari dritti e toccava la corteccia di quei giganti della natura. Un piccolo momento di pace prima di sgridare Poldo perché si era lanciato nel fossato e sarebbe tornato a casa stanco, pieno di fango e bagnato. La vecchia moglie Agnese non sarebbe stata contenta.
Ma che ne sapeva lei? Era sempre chiusa in casa con i suoi gomitoli di lana e i libri di cucina che non apre da anni, tanto fa sempre le stesse ricette. Non hanno mai provato il sushi o il pesce crudo in generale, il kebab con la salsa di yogurt o la papaya. Molto meglio una fettina di fegato affogata nella cipolla e una susina dell’albero dietro casa.
Quando andavano alla sagra del paese, allora si concedevano una porzione di patatine fritte, ma senza salse perché erano tutte americanate. Elia non aveva il coraggio di dirlo ad alta voce, ma amava le patatine fritte, croccanti e piene di sale e si ricordava di aver assaggiato il ketchup una volta e di averlo trovato mangiabile, dolce. Non lo dirá mai a Agnese, che si lamenta sempre che il cibo fuori casa non é buono come il suo. Per quello non andavano quasi mai al ristorante ma, una volta all’anno, si concedevano una cena alla sagra del paese, la sagre da las masanètes, dove lei ordinava sempre il pollo con la polenta, che trovava sempre poco cotto, e lui ordinava sempre la grigliata mista, anche se quella che faceva lui, con la legna vera, era piú buona. Non quelle cose industriali, magari cotte ieri e oggi riscaldate al microonde. No, lui ci metteva anche due ore, fuori, anche d’inverno, con la sua piccola griglia e doveva sempre stare attento alle fiamme e al grasso che colava, alimentando il fuoco. Mentre Poldo lo guardava con la bava alla bocca e ,spesso, mangiava piú lui di Elia.
L’ultima volta che erano andati al ristorante era quando avevano festeggiato le loro nozze d’oro. Il figlio aveva scelto il posto, non troppo lontano da casa, un agriturismo con una ruota di mulino e un bel giardino con un gazebo. Era settembre e gli alberi stavano lentamente cambiando colore e il profumo dei roseti si sentiva ancor prima di vederli. Loro volevano una festa e un menù semplici, una cosa veloce per poi tornare a casa e fare un riposino sul divano. A dirla tutta, non volevano festeggiare quell’anniversario che, dopo piú di 50 anni insieme, era solo un numero. Lo sapeva lui, quanti capelli bianchi prematuri gli erano venuti a causa delle sfuriate e malattie immaginarie della moglie, una vera ipocondriaca. E lo sapeva lei, quante rughe erano spuntate quando era ancora troppo giovane a causa della gelosia e della sbadataggine del marito, che tornava sempre a casa da lavoro con un taglio e una ferita nuovi. “Riesci a farti male anche quando dormi,” gli diceva spesso.
Insomma, c’era poco da festeggiare, non avevano certo vinto alla lotteria, e alla fine avevano accettato solo per fare felici gli altri. Avevano solo dettato tre condizioni: niente musica, niente pesce crudo e tiramisù senza la panna, che poi chi lo digeriva. Al loro arrivo al ristorante avevano trovato un antipasto con formaggi e carne, che questi crudi si potevano mangiare.
Era stato un pranzo divertente? Dipendeva a chi lo chiedevi. Il figlio si era divertito un mondo, sopratutto dopo il terzo bicchiere di Merlot. La nuora si era offesa perché, da unica vegana in tavola, poteva mangiare solo i contorni di spinaci al burro e fagioli alla Bud Spencer, i preferiti di Elia. Il nipotino si era subito annoiato e aveva passato tutto il tempo giocando con il telefono sotto il tavolo. Il vecchio contadino aveva fatto tutto con esitazione, per paura di essere sgridato da Agnese. In quasi due ore e mezza di festa, Elia non aveva detto più di 30 parole. E quasi tutte al cameriere. La vecchia moglie si era concessa solo un piccolo sorso di prosecco per il primo brindisi. Per fortuna avevano servito una semplice torta di carote, senza pretese. Quella la era piaciuta, tanto che voleva andare a chiedere la ricetta in cucina. Era quasi sulla porta quando il figlio l’aveva fermata, imbarazzato e alticcio, per portarla verso l’auto. A casa, Elia e Agnese si erano seduti sul divano e lí si erano addormentati, mentre Poldo li guardava dalla cuccia, pensando che russavano come due trattori.
Elia sente il setter che arriva alle sua spalle, con la lingua penzoloni per aver corso dietro a fagiani e caprioli. Si avvicina al vecchio contadino e si lascia fare qualche grattino. Elia si asciuga un’altra goccia di sudore dalla fronte e fa un cenno al cane stanco. Lentamente, si dirigono verso casa, passando tra le spighe di grano dorato. Quel colore cosí caldo e luminoso gli ricorda l’anello che aveva dato a Agnese due mesi dopo che l’aveva conosciuta, quando lei era giá incinta della loro prima figlia. E nessuno lo sapeva.
Questa storia continua. Alcune cose, come le monete e gli anelli, richiedono tempo.
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