Recensione L’isola dove volano le femmine di Marta Lamalfa

A guardarla dal mare lontano, l’isola di Alicudi è un grande vulcano spento che mette addosso la paura che da un momento all’altro possa riprendersi di rabbia e levarseli via di dosso, gli abitanti tutti insieme.

I miei ricordi delle Isole Eolie sono i ricordi bellissimi di una bambina di 10 anni in vacanza al mare per tre settimane. Mi ricordo le abbuffate di arancini nella spiaggia di Lipari con Giovanni, sua sorella Teresa e i loro amici isolani.

Quant’era bello Giovanni! Tredicenne alto e magro, con i capelli corti neri, sempre in pantaloncini e senza maglietta. La sua famiglia viveva in un appartamento dentro ad un condominio alto e stretto come i vicoli di Lipari. Ho passato giornate intere con loro mangiando gelato, facendo il bagno fino a tardi e sperando in un bacio sulla guancia.

Tra un batticuore e l’altro, ho anche avuto il tempo di andare con i miei genitori alla scoperta del resto dell’arcipelago. E me la ricordo, la nostra giornata tra Alicudi e Filicudi, le due isole più lontane e più piccole delle Eolie. Mi ricordo la salita a piedi per arrivare in cima, gli asini che ci davano il passo sui tornanti e una natura vivace, con il luccichio del mare sempre presente, a volte accecante, a volte dolce come un quadro. Quello rimane uno dei miei ricordi più belli di quella vacanza, secondo solo agli arancini in riva al mare con Giovanni.

Le mie isole Eolie e la mia Alicudi sono diverse da quelle di “L’isola dove volano le femmine,” il romanzo del 2024 di Marta Lamalfa.

Un tuffo nel mare e nel passato

Siamo nell’Alicudi di inizio Novecento, un’isola povera, affamata ed isolata del resto dell’arcipelago, figuriamoci dal resto del mondo. Qui, come scrive Lamalfa, vivono “settecentrotredici abitanti in un mondo di cinque chilometri scarsi” e tra loro c’è la famiglia degli Iatti, che ha appena perso la figlia adolescente Maria, gemella di Caterina. Da lutto parte questa storia di sopravvivenza e di coraggio, di perdita e di sogni che si infrangono sugli scogli di Alicudi.

Lipari, Messina e l’Italia sono lontani anni luce da un’isola dove tutti camminano scalzi, dove esiste ancora il sistema dei latifondi e dove le donne sono una proprietà. Ci sono le tizzonare, spighe di segale nere come il carbone, e ci sono le majare, le streghe di Alicudi che attirano Caterina come un magnete.

Il marcio fa sempre male, ma più male fa la fame

Questa Alicudi ha fame. E soffre. Le sue donne sono quelle che soffrono di più.

Un tunnel senza via d’uscita

Ci sono diverse ragioni per cui ho amato questo libro e, quindi, per cui vi consiglio di leggerlo. Tralasciando la storia affascinate ed unica, mi è piaciuto lo stile perchè sembra sempre di dialogare con i personaggi. Ogni riga è scritta senza fronzoli, a volte con parole e proverbi in dialetto e con la semplicità disarmante e sincera degli isolani. Lo stile di Lamalfa rappresenta Alicudi, a volte armonico come l’amore di due giovani fidanzati, a volte affilato come le spine dei fichi d’india.

Ho anche amato leggere di questa Alicudi così dura e spietata, dove contava solo sopravvivere. “L’isola dove volano le femmine” è, a modo suo, un romanzo storico che racconta una vicenda isolana che, altrimenti, non avrei mai conosciuto. Non ci sono gli arancini in questa storia di Lamalfa, ma c’è un pane nero aspro e puzzolente. Non ci sono il gelato o la granita, ma un dolce Malvasia che permette di dimenticare tutte le pene e i dolori. Non c’è il mio bel Giovanni, ma ci sono pelli ruvide e rugose, bruciate dal sole.

Qui ci sono le femmine di Alicudi. E c’è il legame indissolubile tra due gemelle che sono diversissime tra di loro ma che, in fondo, vogliono la stessa cosa: andarsene.

Pieno di dolore e di vita, per me questo libro è un piccolo gioiello.
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