La casa editrice Neri Pozza prosegue la pubblicazione delle opere di Michael McDowell, lo scrittore americano scomparso nel 1999. L’operazione di recupero dei suoi titoli, lanciata in grande stile sul mercato italiano, è iniziata con la celebre saga in sei volumi “Blackwater”, scritta originariamente nel 1983 e diventata da noi un vero e proprio caso editoriale.
Resa famosissima dal passaparola sui social media, la narrazione segue le vicissitudini dei Caskey nel remoto e isolato paese di Perdido, in Alabama. Tutto ha inizio con una devastante piena fluviale che mette in ginocchio la cittadina ma trascina con sé una misteriosa novità: Elinor Dammert. Bella, enigmatica e profondamente legata alle acque, Elinor stravolge gli equilibri di una dinastia che non riuscirà mai a svelare del tutto i suoi segreti, nemmeno nell’ultima pagina.
Tra morti improvvise, fortune economiche milionarie e la costruzione di una diga, Blackwater si rivela una lettura indubbiamente piacevole, ma è davvero quel capolavoro imprescindibile di cui tutti parlano? Onestamente, non ne sono così sicura.
Quando il marketing trasforma il dramma in horror
Etichettata ovunque come “horror”, la saga di McDowell possiede sì degli elementi soprannaturali (che non trovano mai una spiegazione logica nel corso dei sei libri), ma si struttura a tutti gli effetti come un accurato family drama storico piuttosto che come un racconto del terrore sulla scia di Stephen King. Definirla horror è stata, a mio avviso, una furbissima operazione di marketing editoriale che non rispecchia la reale natura dell’opera. Nonostante la presenza di mostri e di eventi inspiegabili, queste componenti rimangono centrate soprattutto negli ultimi due volumi. Prima di allora, la storia si concentra sulle dinamiche di una famiglia tanto fortunata negli affari quanto tragica negli affetti, dominata da anziane matriarche incattivite dal tempo e da giovani donne ambiziose.
L’intreccio accoglie sfumature fantasy e momenti macabri, ma brilla soprattutto quando fotografa un’America rurale in profonda trasformazione, che passa dall’isolamento post-bellico a una dimensione industriale dove il denaro e il progresso dettano le regole. A Perdido come nel resto del mondo.
Non nascondo di essere caduta in pieno nella trappola promozionale: ho iniziato la saga sperando di trovarmi davanti a una storia da brividi e l’ho portata a termine solo perché lo stile è scorrevole, per nulla complesso e perfetto per l’intrattenimento. Una menzione d’onore va alla splendida versione in audiolibro narrata da Antonella Civale, che ha reso l’ascolto ancora più piacevole.
In fin dei conti, Blackwater è stata un’ottima e leggera compagnia durante le mie passeggiate quotidiane, ma nulla di più. Ed è forse proprio a causa di questa leggera delusione che ho deciso di non recuperare gli altri lavori dell’autore arrivati in Italia, come Gli aghi d’oro o l’oscuro romanzo gotico Luna fredda su Babylon, almeno per ora. Di conseguenza, dubito fortemente che darò una chance a “Katie“, l’opera incentrata su una spietata chiaroveggente dell’Ottocento. Bisogna però dare atto a Neri Pozza di aver orchestrato, anche in quel caso, una campagna di lancio e un lavoro sulle copertine semplicemente impeccabili.
Insomma, “Blackwater” è stata una buona compagnia per le mie passeggiate, ma null’altro. E forse è proprio per questo, per questa piccola delusione, che non letto altro di McDowell, nemmeno “Gli aghi d’oro.” E per questo non sono nemmeno sicura che leggerò “Katie.” Anche se, devo dare credito a Neri Pozza, hanno fatto di nuovo un ottimo lavoro di marketing per questa nuova uscita.
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