Yuk yuk yuk.
L’adolescente arriva dalla sua camera storcendo il naso, smorfie di disgusto sul viso. Si annusa le dita, storce la bocca. Corre verso il detergente dei piatti, schiaccia l’erogatore ma non esce nulla. Lo scuote: è vuoto. Sbuffando, annusa di nuovo le sue dita e sente un conato risalirle dalla gola. Con gli occhi lucidi, prende da sotto il lavandino la grande busta di detergente verde e se ne versa una pozza intera sulla mano. Rimane a sciacquarsi le mani sotto l’acqua bollente finché perde la sensibilità.
Dallo sgabello della cucina, la madre la guarda con la testa inclinata di lato. Vede il vapore dell’acqua salire verso il soffitto, la schiuma del detergente che riempie il lavandino, piccole bolle che esplodono in aria. Quando la figlia chiude finalmente il rubinetto, la madre l’osserva asciugarsi le mani e poi annusare le dita. Soddisfatta, l’adolescente prende una caramella alla fragola dalla ciotola al centro dell’isola.
“Ma che succede?” chiede la madre, che ne sta scartando una all’arancia.
“Una cimice,” dice la figlia con la voce che trema appena, “c’era una cimice nel bucato.”
La madre scoppia a ridere.
“L’hai presa?” chiede alla figlia.
“Ho provato, ma quella cosa ha fatto la puzza,” risponde l’adolescente, ancora disgustata.
Con un sospiro rassegnato, la madre va a controllare il bucato che è rimasto fuori tutto il pomeriggio sotto il ciliegio che è quasi senza foglie. Trova la cimice tra un paio di jeans e una maglietta dei Green Day; la vede camminare tra il tessuto e i bottoni. È una cimice verde, di quel verde acceso e brillante, che sarebbe quasi carino, se non fosse una cimice. Quando stava mettendo a stendere il bucato, le era parso di sentire il suono delle cimici che sbattono sul vetro, attirate dal calore e dalla luce dalle finestre del garage. Tin tin tin. Mentre metteva le mollette, sentiva quel suono acuto, senza davvero farci caso.
Ecco la prima cimice della stagione, quella stagione di mezzo, che fa ancora caldo come in estate ma, all’ombra, si sente il vento autunnale. Quel momento in cui si raccoglie la soia nei campi scottati dal sole, alcuni semi ingialliti, altri caduti a terra dopo il passaggio di una lepre. È la stagione in bilico, quella che la sera esci con una giacchetta e il pomeriggio andresti in giro in costume. La prima cimice segna sempre l’arrivo dell’autunno, con gli alberi di cachi sempre più pesanti e dolci, le zucche che crescono storte e grandi negli orti, la catasta di legna da ardere che cresce veloce.
La madre guarda la cimice che cerca di nascondersi nella tasca del jeans. La prende con un quadratino di carta igienica, tira lo sciacquone e annusa le dita: niente. È stata brava a non schiacciarla. Sua nonna, la bis-nonna della spaventata adolescente, prendeva le cimici con le dita, le teneva delicatamente tra l’indice e il pollice, e le buttava in giardino. Lì, le schiacciava sotto le sue ciabatte lilla, la puzza che faceva fremere le narici, il gatto curioso di sapere se quella cosa si mangia. Lei non è mai riuscita a prenderle con le mani.
Sua nonna puntava il dito contro le cimici sulle finestre del salotto, attratte dal caldo del camino, e le diceva di prenderle senza fare tante storie. Lei, solo una bambina, si avvicinava ma scappava non appena le cimici facevano un movimento, spaventata di trovarsele tra i capelli. Faceva un gridolino e si nascondeva sotto il tavolo da dove sentiva i passi pesanti della nonna, vedeva le tasche del grembiule che non si toglieva mai, e la sentiva salire sulla panca per prendere gli insetti a mani nude. Sbuffando, lanciava le cimici sul fuoco, nemmeno fossero castagne.
Lei era riuscita a prendere una con le mani solo una volta, senza fazzoletto stropicciato ad aiutarla. L’aveva fatto quando in casa non c’era nessuno, solo il gatto che la guardava dalla poltrona di velluto verde. Si era avvicinata lentamente a una cimice che stava camminando sul davanzale della cucina, un insetto grigio, con una strana linea verde. Chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro, aveva preso la cosa tra le dita, attenta a non stringere, e aveva aperto la porta sempre con gli occhi chiusi, il braccio teso, più lontano possibile dai suoi amati riccioli biondi. Aveva lanciato la cimice per terra, pronta a schiacciarla con le ciabatte lilla della nonna, ma quella aveva preso il volo, veloce e imprevedibile. Urlando, era tornata in casa, la puzza tra le dita, il gatto ancora addormentato.
Ora un’adulta, la madre sbatte i vestiti prima di piegarli, cercando un’altra subdola cimice, che quegli insetti sono infidi e si nascondono nelle pieghe, ci si accorge solo dopo che ci sono, quando iniziano a sbattere sulle lampadine. Tin tin tin. Ne prende una che sta camminando sui calzini bianchi dell’adolescente e un’altra che sta tentando di scappare dalla cesta del bucato. È già stufa, meglio l’autunno subito, pensa la madre mentre una zanzara la becca sull’avambraccio.
Questa è la stagione-limbo, quando fa ancora troppo caldo perché spariscano le zanzare, quando i trattori e le mietitrici nei campi risvegliano cimici e nugoli di moscerini, che creano colonne ronzanti e nere, che salgono verso il cielo. Questa è la stagione delle nocciole che cadono dagli alberi con le prime gocce di pioggia, è il momento di rispolverare la ricetta del brulé della nonna, di pensare alle prime castagne arrosto, da mangiare in un cono di carta, passeggiando per le vie del paese.
È la fine dell’estate, la senti?
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